"Bloggopolis"

La Piazza delle Idee nella Città del Dialogo

Le idee sono il motore di una realtà che vive e respira al di là della nostra sola mente. Ecco allora spuntare Bloggopolis, uno spazio contemporaneo per dar voce a una città saggia e antica che vuole parlare, dialogare e conversare del presente e del futuro. Una piazza in cui raccogliere, attraverso i vostri commenti, il 'sentiment' di una popolazione a volte silenziosa e timida, sicuramente generosa e propositiva. Una polis del nostro tempo, la cui piazza virtuale sia specchio di una città che ci sta a cuore. Piacenza ‘città comune’.


martedì 24 marzo 2020

Cesare Cases e «quaderni piacentini»

Il 24 marzo di cento anni fa nasceva Cesare Cases, critico letterario, germanista e amico dei "quaderni piacentini".
Un contributo di Piergiorgio Bellocchio




 
È normale datare l’inizio della collaborazione di Cesare Cases a «quaderni piacentini» con la pubblicazione di Un colloquio con Ernesto De Martino (n. 23-24, maggio-agosto 1965). Un testo memorabile, non tanto perché la rivista non fosse aperta a temi diciamo così “esistenziali” (che anzi le erano costitutivi fin dalla nascita), ma perché venivano fatti propri da un “fratello maggiore”, un autorevole esponente di quel marxismo che di tali temi tendeva a svalutare l’importanza, se non a censurarli. Insomma un piccolo “evento” se, non appena letto il dattiloscritto di Cases, Fortini (marxista “anomalo”, da sempre intrinseco di queste tematiche, e proprio anche per questo a noi giovani primo maestro) sentì il bisogno, quasi il dovere, di aggiungere un forte commento che uscì nello stesso fascicolo della rivista (Gli ultimi tempi. Note al dialogo di De Martino e Cases). Mentre nel fascicolo successivo tornava sul tema anche Giovanni Giudici (L’ottica della morte, QP n. 25, dicembre 1965). Del resto, è in quel periodo che Cases, il fedelissimo di Lukács, si avvicina al marxismo critico della Scuola di Francoforte, verso la quale aveva mantenuto a lungo forti riserve, anche in polemica con l’amico Solmi. Un avvicinamento destinato a svilupparsi negli anni successivi (in controtendenza rispetto a Solmi, che invece progressivamente se ne distanzierà). E con Adorno, si intensificherà l’interesse di Cases per Brecht (conflittuali tra loro, ma uniti dal conflitto con Lukács).
La collaborazione di Cases proseguirà generosa e ininterrotta (in totale fiducia, senza nessuna di quelle frizioni che hanno caratterizzato i rapporti della rivista con Fortini e altri) con saggi, articoli, recensioni, note, pastiches ironico-satirico-parodistici, di argomento letterario e politico. Ma è senz’altro il caso di unire i due termini, tanto le due dimensioni sono sempre intrecciate: l’incontro tra Cases e QP avviene subito su un terreno comune.
Ritengo utile darne l’elenco (sperando di non aver dimenticato qualcosa):
n. 23-24, maggio-agosto 1965: Un colloquio con Ernesto De Martino
n. 27, giugno 1966: Le idee politiche di Havemann e Lukács
n. 30, aprile 1967: Difesa di “un” cretino (a proposito delle Storie naturali di Primo Levi)
n. 33, febbraio 1968: La coesistenza culturale (a proposito di un libro di Ernst Fischer)
n. 37, marzo 1969: Una barca carica di utopie (su L’avvenire dell’Università di Fabig-Oberlercher)
ibid.: Robinson emancipato da Venerdì (recensione al romanzo di Michel Tournier)
n. 39, novembre 1969: Recensione a Il marxismo e la questione ebraica di Abram Léon
n. 40, aprile 1970: Processo politico e “morale della Storia”
n. 43, aprile 1971: Il baricentro nel sedere (a prop. de L’attore di Mario Soldati)
ibid.: A proposito del saggio di Lukács (Vecchia Kultur e nuova Kultur)
n. 44-45, ottobre 1971: Da Filemone a Toller (e ritorno)
n. 47, luglio 1972: Un filosofo in svendita. Dialoghetto su Armando Plebe
n. 50, luglio 1973: G. Benn difeso contro un suo adoratore
ibid.: Calvino al bando
n. 52, giugno 1974: Praga la Maga (recensione a A. M. Ripellino)
n. 53-54, dicembre 1974: Un confronto con Menzogna e sortilegio (su La Storia di Elsa Morante)
n. 56, luglio 1975: Werther in Germania Orientale (recensione a Ulrich Plenzdorf)
n. 58-59, marzo 1976: Il licenziamento “legale” del prof. Kleff (recensione a Peter Schneider)
n. 62-63, aprile 1977: Due gatti accademici
n. 69, dicembre 1978: Il poeta e la figlia del macellaio
n. 74, aprile 1980: Il ballo dei sospetti
n. 3 nuova serie, 1981: La fortuna critica di Kleist.
Mentre chiedo venia per eventuali omissioni, mi permetto di aggiungere ai contributi collaborativi di Cases a QP un’intervista rilasciata a una rivista studentesca di Tübingen (anzi, risposte a un questionario) nel maggio 1966 sui rapporti fra la teoria marxista e la prassi politica rivoluzionaria oggi (Revolutionäre Praxis heute) riportata quasi integralmente nel n. 28, settembre 1966, di QP (pp. 176-79). Anche se non indicato, scelta traduzione e commento sono di Renato Solmi. Non mi pare che questo testo di Cases compaia in nessuno dei libri che raccolgono la sua opera.
È un elenco di testi noti, talora notissimi, la cui materia è già stata oggetto di cospicua trattazione critica, e lo sarà pure in questo convegno. Considerati i limiti di tempo assegnatimi, ritengo più utile accennare, proprio perché assai meno noto, quando non ignorato del tutto, a un genere di contributo senz’altro “minore”, e tuttavia significativo.
Il primo di cui trovo traccia nella rivista è la traduzione di due poesie di H. M. Enzensberger e di Artur Lundkvist. Sono nel n. 15, febbraio-marzo 1964, oltre un anno prima del Colloquio con De Martino. I primi contatti risalgono almeno al ’63, quando Cases risiedeva ancora a Roma (i rapporti divennero ovviamente molto più frequenti dopo che Cases si stabilì a Pavia). Ma più mi preme ricordare che in quello stesso fascicolo, e collocata in apertura, c’era un’altra traduzione di Cases, non dal tedesco ma dall’inglese (fonte la “Monthly Review”): la “ballata” di Paul Jarrico Da che parte stai, sul conflitto Cina-Urss, dove sconcerto e sconforto si mascheravano sotto uno stile da canzonetta goliardica: otto strofe di quattro settenari l’una, secondo e quarto verso rimati, intervallati dal refrain “Tu da che parte stai” ripetuto quattro volte. Mi limito a un assaggio: “Il babbo era marxista / Anch’io lo sono, affé; / Una sola è la linea / Ma non si sa qual’ è”. (Il fascicolo immediatamente precedente – n.14, dicembre ‘63-gennaio ‘64 – aveva dedicato allo stesso argomento, sempre in apertura, un articolo di Edoarda Masi, manco a dirlo estremamente serio e documentato, I termini reali del conflitto Cina-Urss.) Ciò, per testimoniare che la rivista non si negava una certa leggerezza perfino a proposito dei problemi più importanti. Anche in questo l’incontro con Cases non poteva essere più felice e fortunato, oltre che fecondo.
Sempre precedentemente al Colloquio con De Martino, abbiamo di Cases la traduzione (dall’inglese) del capitolo di un libro di un matematico americano, James R. Newman, che ripete nel titolo il celeberrimo pamphlet swiftiano (Una modesta proposta), accorpato a altri due contributi del filosofo Günter Anders e del teologo Helmut Gollwitzer (Tre interventi sul problema della guerra nucleare, a cura di Renato Solmi, QP n. 16, maggio-giugno ‘64).
Nel n. 25 (dicembre ‘65), Brecht in America, traduzione (e nota) di sei poesie inedite che si riferiscono all’esilio negli Usa. Nel n. 27, giugno ‘66, la traduzione dal tedesco di poesie di Arnfrid Astel e Volker von Torne. Nel n. 28, settembre ‘66, una scelta, in anticipo sull’uscita del libro, dal Me-Ti. Libro delle svolte, con un’ampia nota introduttiva. E ancora, Tre poeti tedeschi (Wolf Biermann, Yaak Karsunke, Günter Kunert). Se si considera la già ricordata intervista Revolutionäre Praxis heute, Cases è presente nello stesso numero (28) con ben tre contributi. Nel n. 36, novembre ‘68, un altro inedito di Brecht (traduzione e relativa nota), Lettere a un americano adulto: tre frammenti in prosa, che si riferiscono allo stesso periodo delle poesie uscite nel numero 25 della rivista.
La collaborazione di Cases a “Quaderni piacentini” va poi al di là dei contributi pubblicati (non mi stupirei se, tra saggi, recensioni, traduzioni ecc., ne avesse fornito in numero superiore a ogni altro collaboratore: a prescindere da ogni considerazione sulla qualità, sempre alta, spesso straordinaria). Dovrei insomma dire qualcosa sulla partecipazione di Cases alla vita della rivista: stimoli, suggerimenti, correzioni; scambio e confronto delle idee; discussioni spesso originate da questo o quell’articolo (i più importanti passavano al vaglio della redazione). Ciò avveniva in riunioni plenarie, rare; molto più frequenti quelle a tre-quattro-cinque membri, tra Milano, Torino, Bologna, Firenze, Roma, talora perfino a Piacenza. Largo uso del telefono, nonché del mezzo allora ancora in uso: la corrispondenza epistolare. Se le mie carte non versassero in condizioni di disperato marasma, avrei potuto leggerne qualcuna, per dare un’idea della disponibilità, della prontezza e dello scrupolo con cui Cases assolveva questi compiti, e soprattutto della esattezza e sicurezza dei suoi giudizi.
Cases era peraltro contrarissimo alla collegialità. La riteneva pericolosa, potenzialmente distruttiva. Temeva soprattutto l’ipercriticismo e l’umoralità di Fortini. Timori condivisi da Sebastiano Timpanaro e Roberto Roversi. Anche se formalizzata solo nel n. 43, aprile ‘71, la direzione collettiva era di fatto in funzione da diversi anni. Qualcuno potrebbe stupirsi che insieme a Baranelli, Beccalli, Ciafaloni, Donolo, Jervis, Masi, Salvati e Stame, che si affiancavano a Cherchi, Fofi e al sottoscritto, non ci fossero anche Fortini, Cases, Solmi, Timpanaro, partecipi non meno degli altri al lavoro della rivista. Proprio per evitare il “rischio” Fortini (che magari non avrebbe accettato), si ricorse all’escamotage di escludere in blocco i “fratelli maggiori”, e quindi con Cases, Solmi, Timpanaro (che non ci tenevano per niente) anche Fortini, senza che la cosa potesse suonare offensiva.
Cases si sentiva in totale sintonia con la rivista, ma preferiva il ruolo del consigliere, del consulente, dell’amico, più che del condirettore. Perfettamente a casa sua, ma meglio inquilino che padrone. Ricorressimo pure a lui per un parere, per risolvere casi incerti e dubbi. Quanto alla direzione, decidessimo noi, soprattutto l’ “esecutivo”: Cherchi e il sottoscritto, nonché Fofi. Una fiducia ben riposta e credo meritata. E tuttavia non posso non essergliene grato.
Una piccola digressione, ma sempre in tema. La Tesi di dottorato di Michele Sisto La letteratura tedesca nel campo letterario italiano comprende anche un capitolo ben compendiato dal titolo: Da Brecht a Celan, da Lukács a Adorno. La letteratura tedesca nei “Quaderni piacentini”. Una presenza e un’influenza estremamente significativa, anche grazie a collaboratori del calibro di Cases, Fortini, Solmi, Amodio, e ancora Sergio Bologna, Carlo Donolo, Giorgio Backhaus, Leonardo Ceppa, Furio Cerutti, Sandro Barbera e altri, nonché all’interesse di non germanisti quali Berardinelli, il sottoscritto ecc. Lo studio di Sisto dedica la maggior attenzione agli autori e ai contributi critici più importanti. Ma senza trattenere la sua curiosità da zone filologicamente insicure. E coglie perfettamente nel segno, quando in un pezzo anonimo della rubrica “Il franco tiratore”, dedicato a scrittori tedeschi antologizzati nel n. 9 della rivista “Il Menabò”, diretta da Vittorini e Calvino, rintraccia la mano di Cases: “se dietro la nota non c’è lui in persona”, dice Sisto, “certo il dialogo (e l’accordo) tra i collaboratori, almeno sulla letteratura tedesca, è molto intenso”. (Si tratta ancora del pluricitato numero 28 di QP, cosicché i contributi di Cases nello stesso numero, passerebbero da tre a quattro.) Anche quest’esempio dà un’idea della “circolarità” del lavoro nella rivista. Oltre i pezzi d’autore firmati, c’erano molti pezzi d’autore sì ma anonimi, e ancora molti altri dove si mescolavano anonimamente i contributi di diversi collaboratori.
In più occasioni Cases ha dichiarato generosamente il proprio debito verso i QP. Il rapporto va capovolto, debitori sono i QP. Quello che ho imparato da Cases è incomparabilmente superiore a quanto Cases può avere imparato da me. Ciò che vale anche per Cherchi, Fofi e tanti altri: debitori nei confronti di Cases, così come di Fortini, Solmi, Timpanaro ecc.
È vero però che qualcosa QP ha insegnato ai “maestri”. Intendo un certo coraggio, che alcuni qualificherebbero più volentieri come imprudenza o sfacciataggine. Coloro che hanno fondato la rivista, credendoci anche quando era povera cosa, pochi fogli ciclostilati, tiratura 200 copie, non hanno avuto paura dei propri limiti, delle lacune e delle difficoltà, non hanno avuto paura di sbagliare (come è pur successo più volte), accollandosi il compito via via più gravoso della totale autogestione, per oltre vent’anni. Hanno messo a disposizione anche dei “maestri” un luogo in cui potessero pienamente riconoscersi e esprimersi liberamente (uno strumento che i “maestri” non sarebbero strati capaci di creare, e forse neppure di concepire). Un luogo, uno strumento e uno scopo. In questo, sì, l’allievo ha insegnato qualcosa al maestro.
Piergiorgio Bellocchio

giovedì 20 febbraio 2020

La tessera 2020 dedicata a Leone Ginzburg


Leone Ginzburg (1909-1944)


 
Leone Ginzburg nasce a Odessa nel 1909 nella famiglia ebrea di Fëdor Nikolaevič e Vera Griliches. Con loro vive dal 1902 anche l’italiana Maria Segré: insegnante di francese, è sorella del padre naturale di Leone, Renzo, con il quale Vera ha avuto una relazione a Viareggio, dove i Ginzburg sono soliti trascorrere le vacanze estive. Allo scoppio della Grande guerra, la madre torna a Odessa con i figli maggiori, mentre Leone vive fino al ‘l9 tra Roma e Viareggio, affidato alle cure di Maria, quasi una seconda madre. I Ginzburg, che pure hanno inizialmente sostenuto la Rivoluzione, nel ‘20 lasciano la Russia per Torino e poi Berlino (il padre vi ha avviato un’attività di import-export): qui Leone riapprende la lingua materna e frequenta la scuola russa. Quando coi famigliari rientra a Torino, viene iscritto al liceo D'Azeglio, sezione A: è in classe con Giorgio Agosti e Norberto Bobbio, ha come insegnanti gli antifascisti Zino Zini e Umberto Cosmo; nella B insegna Augusto Monti, intellettuale gobettiano, con cui il giovanissimo Ginzburg collabora nella gestione della biblioteca. Lettore onnivoro e poliglotta (russo, italiano, francese), frequentatore di teatri e concerti, si segnala per cultura e intransigenza etica, non disgiunte dal piacere delle compagnie, anche femminili. Così ricorda Bobbio: «La nostra classe, o per lo meno alcuni di noi, avevano acquistato una speciale sensibilità... per la presenza di un giovane precocissimo, che aveva, a quindici anni, quando entrò al D'Azeglio, tal vastità di cultura, tal maturità di giudizio e tal altezza di coscienza morale da suscitar meraviglia nei professori – e uno di quei professori [Monti] lo ha chiamato discepolo-maestro – e schietta ammirazione, senza invidia, nei compagni: parlo di Leone Ginzburg».

Delle due passioni di una vita intensa terminata prima dei 35 anni, «pensare i libri» e «far la politica», la prima è davvero precoce. Nel 1927, l’anno della Maturità, termina la traduzione del Taras Bul’ba di Gogol e avvia quelle di Anna Karenina e Sonata a Kreutzer di Tolstoj, cui seguono Nido di nobili di Turgenev e La donna di picche di Puškin. L’attenzione alla traduzione «come scelta di lingua, di accuratezza nella versione del testo, di innesto vero e proprio di culture diverse in quella italiana» (L. Mangoni) è in lui anche prosecuzione dell’europeismo gobettiano. Scrive diciannovenne nel 1928: «La nostra cultura è europea e dipende più che dalle contingenze interne e variabili dei popoli, dal comune clima intellettuale in cui vivono involontariamente i creatori, i poeti», russi inclusi. Inizialmente iscritto a Giurisprudenza, si laurea in Lettere nel ‘31 con una tesi su Maupassant: ne segue una borsa di studio con cui nel ‘32 si reca a Parigi. Frequenta l'ambiente dei fuorusciti, conosce Carlo Rosselli e Salvemini, incontra l’amato Croce: all’“intransigenza culturale”, decide di affiancare quella politica. Tornato a Torino entra nel movimento antifascista di Giustizia e Libertà e collabora ai suoi Quaderni, firmando con la sigla M.S., in omaggio alla Segré: il «far la politica» segna ormai radicalmente la sua vita.
Cittadino italiano nel ‘31, come desiderava, alla fine del ‘32 ottiene la libera docenza in letteratura russa e tiene un corso su Puškin. Quando il regime chiede il giuramento di fedeltà anche ai liberi docenti, rifiuta, rinunciando subito e definitivamente a un’attività accademica che pur gli si prospettava brillante. Alla fine del ‘33 condivide con Giulio Einaudi, figlio del senatore Luigi, la decisione di registrare il marchio dello Struzzo, mentre insegna alle Magistrali. Ma nel 1934 è arrestato con altri e condannato dal Tribunale speciale. Sconta due anni nel carcere di Civitavecchia, dove tra l’altro rivede per Treves una traduzione della Storia della rivoluzione russa di Trockij, su cui già aveva scritto Trockij storico della rivoluzione. Al ritorno a Torino Einaudi gli offre uno stipendio di 600 lire mensili: sposa Natalia Levi (dal matrimonio nasceranno Carlo, Andrea e poi Alessandra), che così nel 1988 ricostruisce quegli anni: «La casa editrice è stata creata e ideata da Leone Ginzburg… Agli inizi era Leone solo, forse un anno dopo anche a Pavese è stato offerto uno stipendio fisso. Eravamo in quattro: io come ospite (non richiesto e casuale), Einaudi come editore, Leone e Pavese. Leone sapeva tutto sulla narrativa tedesca francese e russa; Pavese sapeva tutto sulla narrativa inglese e americana; e l’uno e l’altro avevano la religione delle traduzioni… e così è nata la collana dei Narratori Stranieri… Uscirono poi, fra il ‘37 e il ‘38, i primi volumi della collana dei Saggi… e in pochi mesi quella piccola casa editrice squattrinata divenne famosa: e la gente vide in essa un segno che l’Italia si risvegliava. Recentemente Einaudi ha detto che Leone Ginzburg era stato il padre della casa editrice… ne è stato il pensiero e l’anima, anche dal confino, e per molto tempo anche dopo che era morto».
Sia nel 1933-34 che tra il ‘36 e il ‘40, il suo lavoro editoriale è instancabile: dalla progettazione delle collane alla revisione delle traduzioni, dall’attenzione costante per gli aspetti grafici e tipografici alla cura degli autori (un esempio fra i tanti, la corrispondenza con Montale per la pubblicazione delle Occasioni nel 1938-39. Il poeta, incerto lui stesso tra due varianti di un verso, si rimette a Ginzburg per la decisione: «scegli te» gli scrive). Dal 1940, all'entrata in guerra dell'Italia, è confinato a Pizzoli (L'Aquila), dove lo raggiungono la moglie e i due figli. Rivede la sua traduzione di Guerra e pace, scrive prefazioni per la già tradotta Sonata a Kreutzer, per La figlia del capitano di Puškin e diversi romanzi di Dostoevskij (Il giocatoreL'idiotaMemorie del sottosuoloI demoni). Attraverso cartoline postali in cui, per superare la censura, si finge un comune lettore, polemizza con Einaudi quando gli sembra che per la fretta si trascuri la qualità editoriale di un libro.
Caduto il Fascismo, il 26 luglio 1943 Ginzburg lascia Pizzoli e riprende contatto a Roma con il Partito d'Azione, erede di Giustizia e Libertà. Il 27 agosto è a Milano per una riunione con Colorni e Spinelli: all’ordine del giorno, gli Stati Uniti d'Europa. Partecipa a Firenze al congresso clandestino del partito, presenti Parri, Lussu, Lombardi, Bauer ed Enriques-Agnoletti, che gli affidano, dopo l'8 settembre, la direzione del giornale clandestino Italia libera, nella cui redazione è arrestato e condotto a Regina Coeli il 20 novembre. Trasferito al braccio controllato dai Tedeschi, è torturato. Sandro Pertini, detenuto con lui, ricorda di avergli sentito dire, sanguinante: «Guai a noi se domani…nella nostra condanna investiremo tutto il popolo tedesco. Dobbiamo distinguere tra popolo e nazisti». Il 4 febbraio sta molto male e scrive un'ultima lettera a Natalia, che si può leggere in Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. La mattina del 5 febbraio è trovato morto. 

giovedì 30 gennaio 2020

Piergiorgio Bellocchio - Un seme di umanità Note di letteratura

ATTENZIONE:
l'iniziativa è stata rinviata
a fine marzo


TEATRO DEI FILODRAMMATICI
VIA SANTA FRANCA N. 33


Piergiorgio Bellocchio
Un seme di umanità
Note di letteratura

NE DISCUTONO IN PUBBLICO CON L’AUTORE
ALFONSO BERARDINELLI e ANGELA BORGHESI

«Come spesso succede, anche per me in gioventù la lettura di romanzi è stata una passione dominante. Credevo che la mia vocazione fosse quella di narratore. Fra le tante letture necessarie e caotiche, i miei interessi si sono comunque sempre più concentrati su quegli autori e quei libri con cui sentivo di avere una particolare sintonia. In effetti, ora, mettendo insieme questi scritti mi rendo conto che la parzialità delle mie scelte non è stata del tutto casuale: individua o indica molte mie reali preferenze. Anche se alcuni sono stati commissionati da editori per collane economiche – cosa che spiega la forma e il taglio delle pagine su Casanova, Stendhal, Dickens, Flaubert o il romanzo russo –, la necessità di un’esposizione piuttosto didascalica la trovo tuttavia a me congeniale oltre che doverosa (e da essa mi sono distaccato solo in parte in altri testi). Benché con il passare degli anni la scrittura d’invenzione mi abbia interessato progressivamente meno a favore di scritture diaristiche, memorialistiche, storico-politiche, l’occasione editoriale mi ha sollecitato a tornare a certe mie passioni del passato: il risultato è perciò non di critica letteraria in senso rigoroso, ma comporta la tendenza a leggere di preferenza quella narrativa che illumina aspetti della storia sociale, verso i quali mi indirizzavano anche alcuni dei critici da cui mi è sembrato di imparare di più, come Edmund Wilson, Lukács, Adorno, senza dimenticare la saggistica di scrittori come Baudelaire, Proust, D.H. Lawrence, Orwell, Fortini... Più che dall'invenzione sono sempre stato attratto dalle testimonianze personali e dirette, dal giornalismo di reportage e dall'autobiografia». 
Piergiorgio Bellocchio (dalla Premessa a Un seme di umanità. Note di letteratura, Quodlibet 2020)

Piergiorgio Bellocchio (Piacenza 1931) ha fondato con Grazia Cherchi e diretto per oltre vent'anni i «quaderni piacentini» (1962-84). Ha poi pubblicato «Diario», rivista “personale” interamente scritta con Alfonso Berardinelli (reprint integrale, Diario. 1985-1993, Quodlibet 2010). Dal 1977 al 1980 ha diretto a Milano la casa editrice Gulliver. Ha collaborato a vari periodici («Questo e altro», «Rendiconti», «Linea d’ombra», «Panorama», «Illustrazione italiana», «Tempo illustrato», «l’Unita»-Libri, «Paralleli», «King»), ha scritto prefazioni, voci per opere miscellanee, note di costume. Ha esordito come narratore con tre racconti, I piacevoli servi (Mondadori 1966). La sua produzione critico-saggistica è raccolta in Dalla parte del torto (Einaudi 1989), Eventualmente (Rizzoli 1993), L’astuzia delle passioni. 1962-1983 (Rizzoli 1995), Oggetti smarriti (Baldini&Castoldi 1996), Al di sotto della mischia. Satire e saggi (Libri Scheiwiller 2007). Con Gianni D’Amo ha promosso a Piacenza nel 2006 l’associazione Cittàcomune, tuttora in piena attività. 

Alfonso Berardinelli ha insegnato Letteratura contemporanea all'Università di Venezia fino alle dimissioni volontarie nel 1995. Già redattore dei «quaderni piacentini» negli anni Settanta e primi Ottanta, con il solo Bellocchio è stato coautore di «Diario» dal 1985 al 1993. Critico militante su diversi giornali e riviste, ha pubblicato tra l’altro: Il critico senza mestiere (Il Saggiatore 1983), La poesia verso la prosa (Bollati Boringhieri 1994), L’eroe che pensa (Einaudi 1997), La forma del saggio (Marsilio 2002 e 2008), Che noia la poesia (con H. M. Enzesberger, Einaudi 2006), Casi critici. Dal postmoderno alla mutazione (Quodlibet 2007), Poesia non poesia (Einaudi 2008). Tra i suoi ultimi libri: Leggere è un rischio e Aforismi Anacronismi (Nottetempo 2012 e 2015); Discorso sul romanzo moderno. Da Cervantes al Novecento (Carocci 2016). 

Angela Borghesi insegna Letteratura italiana contemporanea all'Università di Milano Bicocca. Dopo le monografie su Giacomo Debenedetti e Francesco De Sanctis, ha continuato a dedicarsi alla storia della critica letteraria con il volume Genealogie (Quodlibet 2011). Ha pubblicato saggi su Caproni, Nove, Grisoni, Zanzotto, Fenoglio, Calvino. Ha colto e studiato la profonda influenza di Simone Weil nell'opera di Elsa Morante e Anna Maria Ortese: ne sono nati il volume Una storia invisibile. Morante Ortese Weil (Quodlibet 2015) e la raccolta di inediti e dispersi di Anna Maria Ortese Le Piccole Persone. In difesa degli animali e altri scritti (Adelphi 2016). Nel 2018 ha pubblicato da Quodlibet L’anno della «Storia». 1974-75. Il dibattito politico e culturale sul romanzo di Elsa Morante. Cronaca e Antologia della critica

venerdì 22 novembre 2019

ROSA LUXEMBURG LA POLITICA E LA VITA

AUDITORIUM della FONDAZIONE PIACENZA 
VIA S. EUFEMIA 12 
Gli incontri sono gratuiti e aperti a tutti gli interessati 

Giovedì 28 novembre ore 21 incontro conclusivo 
ROSA LUXEMBURG LA POLITICA E LA VITA 

«Rimanere un essere umano è la cosa principale… Rimanere umani significa gettare con gioia la propria vita “sulla grande bilancia del destino”, quando è necessario farlo, ma al contempo gioire di un giorno di sole e di ogni bella nuvola…» (dicembre 1916) 

L’amore e le amicizie, le lotte e l’impegno collettivi. Tra grande storia e scelte quotidiane, l’attualità della testimonianza luxemburghiana su classe e individuo, libertà-democrazia-socialismo possibile 

Ne parla e discute coi presenti 

Massimo Cappitti 

Massimo Cappitti è docente di Filosofia nelle scuole superiori e saggista. Fa parte del Centro Franco Fortini di Siena. Collabora a numerose riviste (Carmilla, Carta, L’Indice dei libri del mese, L’Ospite ingrato, Il Ponte) e con la Fondazione L. Micheletti di Brescia al corposo progetto editoriale L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico, nel primo volume del quale (L’età del comunismo sovietico. Europa 1900-1945, Jaka Book, 2010) ha pubblicato il saggio Rosa Luxemburg: rivoluzione e democrazia. Riprendendo il saggio sulla Luxemburg in Pensare dal limite. Contributi di teoria critica (Zona editore, 2013), Cappitti la accomuna ad altri pensatori delle “dissonanze” e della “discontinuità”.

LA ROSA ROSSA 

Cittàcomune ha proposto quattro incontri sulla vita e l’impegno di Rosa Luxemburg (1871-1919), nel centenario della morte

QUANDO RISCOPRIMMO LA RIVOLUZIONARIA ROSA


 LA ROSA ROSSA
Cittàcomune propone quattro incontri sulla vita e l’impegno di Rosa Luxemburg (1871-1919), nel centenario della tragica morte

AUDITORIUM della FONDAZIONE
PIACENZA - VIA S. EUFEMIA 12
Gli incontri sono gratuiti e aperti a tutti gli interessati

Giovedì 21 novembre ore 21 terzo incontro


QUANDO RISCOPRIMMO
LA RIVOLUZIONARIA ROSA
Le idee della Luxemburg e
la stagione dei movimenti.
Una testimonianza dal ‘68

Ne parla e discute coi presenti
Aldo Garzia






Aldo Garzia, giornalista e scrittore, ha lavorato nelle redazioni di Pace e guerra e del manifesto. Ha diretto i mensili Aprile e Palomar. Dopo aver vissuto lunghi periodi a L’Avana, ha pubblicato volumi sulla realtà cubana: C come Cuba (Elleu Multimedia 2001) e Cuba, dove vai? (Edizioni Alegre 2005). Tra i suoi libri sulla sinistra europea, Zapatero. Il socialismo dei cittadini (Feltrinelli 2006) e Olof Palme. Vita e assassinio di un socialista europeo (Ed. Riuniti 2007). Nel 2017 ha curato, con Gabrio Vitali, Eliseo Milani. Eleganza operaia e stile comunista. Biografia, scritti, testimonianze (Lubrinia-Lem).

"ROSA L." - film di Margarethe Von Trotta

LA ROSA ROSSA

Cittàcomune propone quattro incontri sulla vita e l’impegno di
Rosa Luxemburg (1871-1919), nel centenario della tragica morte

AUDITORIUM della FONDAZIONE
PIACENZA - VIA S. EUFEMIA 12
Gli incontri sono gratuiti e aperti a tutti gli interessati
Giovedì 14 novembre ore 21 secondo incontro

«ROSA L.»
di Margarethe von Trotta
Proiezione del film con Barbara Sukowa
(1986, 122 minuti), sottotitolato in italiano


«Rosa L.», di Margarethe von Trotta (Rft-Cecoslovacchia, 1986, 122’, con Barbara Sukowa, Daniel Olbrychski, Otto Sander, Adelheid Arndt). 

Dall’infanzia polacca all’incontro con l’amore a Zurigo, dai primi congressi dell’Internazionale socialista e alla rivoluzione russa del 1905, dal dibattito sullo sciopero politico di massa alla Grande Guerra, dalla rivoluzione del 1917 alla fallita insurrezione spartakista del ‘19: in un film che si segnala per la particolare attenzione alla dimensione esistenziale, quasi tre decenni di grande storia e impegno personale della rivoluzionaria polacca, filtrati attraverso il ricordo negli anni di prigionia.

La proiezione con sottotitoli in italiano sarà preceduta da un breve 
presentazione di Luigi Boledi della Fondazione Cineteca Italiana di Milano


mercoledì 30 ottobre 2019

IL TEMPO di ROSA LUXEMBURG

LA ROSA ROSSA
Cittàcomune propone quattro

 incontri sulla vita e l’impegno di

Rosa Luxemburg (1871-1919), 

nel centenario della tragica morte




Giovedì 7 novembre ore 21
primo incontro

IL TEMPO

di ROSA

LUXEMBURG

Tra riforme e rivoluzione,
il movimento socialista e
la tragedia della Grande Guerra

ne parla e discute con

presenti

Gianni D’Amo

Gianni D’Amo insegna Storia e Filosofia al liceo statale di Codogno (Lodi). Giovanissimo ha partecipato al movimento del Sessantotto e successivamente collaborato a varie testate di Nuova sinistra. Ha affiancato all'impegno politico la ricerca e lo studio, in particolare della teoria marxiana e dei marxismi, nel loro intreccio con la storia del movimento operaio novecentesco. Consigliere comunale a Piacenza dal 2002 al 2012, nel 2006 ha fondato con Piergiorgio Bellocchio e altri l’associazione politico-culturale Cittàcomune, di cui è attualmente il presidente.


Ciclo su Rosa Luxemburg




lunedì 14 ottobre 2019

presentazione del film "Tahar Chériaa, à l’ombre du baobab" di Mohamed Challouf

Africa oggi 
Cittàcomune propone a tutti gli interessati due incontri sull’Africa, per conoscere la complessità e ricchezza - materiale e culturale - di un continente imprescindibile per il futuro del pianeta, ma che continua ad essere sostanzialmente ignorato.

Piacenza - Martedì 22 ottobre 2019 ore 21 Serra Ghizzoni - Nasalli Via Gregorio X n. 9 
Secondo incontro. Un docufilm 
Tahar Chériaa, à l’ombre du baobab 
(Tunisia 2014, colore, 70’, proiezione sottotitolata in italiano) 

Capire l’Africa col cinema africano 

Il film presenta la vita e l’impegno di Tahar Chériaa, critico tunisino e padre indiscusso del cinema panafricano, fondatore, oltre mezzo secolo fa nel 1966, del primo festival del cinema in Africa e nel mondo arabo: le Journées cinématografiques de Carthage. Nel rendere omaggio al suo maestro, tra le personalità più importanti della cultura africana, il regista Mohamed Challouf fa emergere la tensione del cinema a collegare culturalmente Africa mediterranea e sub-sahariana. 
Dopo la proiezione, ne discute coi presenti l’autore Mohamed Challouf 
Mohamed Challouf, produttore regista e fotografo, è soprattutto un instancabile animatore del cinema africano, da sempre impegnato nella sua promozione in Europa e principalmente in Italia, dove ha studiato e vissuto a lungo. Nel 2001 il suo film Ouaga, capitale du cinema è stato selezionato dalla Mostra di Venezia.

domenica 6 ottobre 2019

Presentazione del libro "La variabile africana"

Piacenza - Martedì 15 ottobre 2019 ore 21
Serra Ghizzoni - Nasalli Via Gregorio X n. 9


Primo incontro. Un libro
Cittàcomune propone a tutti gli interessati due incontri sull’Africa, per conoscere la complessità e ricchezza - materiale e culturale – di un continente imprescindibile per il futuro del pianeta, ma che continua ad essere sostanzialmente ignorato.
LA VARIABILE
AFRICANA
Riserve naturali ed equilibrio
geopolitico del pianeta 
(Egea editore, 2019)

Ne discute coi presenti l’autore

Raffaele Masto

Raffaele Masto è scrittore, giornalista e conduttore radiofonico presso Radio Popolare. Da oltre vent’anni si occupa della complessa e multiforme realtà sociale, politica e antropologica dell’Africa, dove, come inviato. ha seguito guerre e crisi umanitarie. Ha pubblicato diversi libri, tra saggistica e reportage: Buongiorno Africa (2011), La rabbia e la speranza (2012), Califfato nero (2016). Collabora stabilmente con la rivista Africa, e dirige il blog www.buongiornoafrica.it.

lunedì 30 settembre 2019

Africa oggi

Africa oggi

Cittàcomune propone a tutti gli interessati due incontri sull'Africa, per conoscere la complessità e ricchezza -materiale e culturale- di un continente imprescindibile per il futuro del pianeta, ma che continua ad essere sostanzialmente ignorato

venerdì 7 giugno 2019

Decima serata Cittàcomune




Piacenza venerdì 14 giugno dalle ore 18
coop. La Magnana strada Magnana 20
da Corso Europa imboccare Via Goitre,
superare “L’Hospice” e il sottopasso Tangenziale

SERATAcittàcomune

PIACENZA, EUROPA
Dopo le elezioni europee e amministrative del 26 maggio,
cercando un’alternativa alla paura e ai nazionalismi.
Tra la città e il mondo

ne discutono tra loro e con i presenti

Pierluigi BERSANI

Paola DE MICHELI

Massimo MUCCHETTI


domenica 7 aprile 2019

11 maggio 2019 - conversazione su Primo Levi


Sabato 11 Maggio 2019 - ore 17,30
Piacenza - Coop. G. Lupi via Taverna 137

cittàcomune propone una conversazione su

PRIMO LEVI
nel centenario della nascita

Ne parla e discute coi presenti Gianni D’Amo

14 aprile 2019 - CELEBRAZIONE DELLA BATTAGLIA DI MONTICELLO


CELEBRAZIONE DELLA
 BATTAGLIA DI
 MONTICELLO
Monticello di Gazzola (PC)

DOMENICA
14 aprile 2019
Dalle ore 10:30

Perché la memoria del male non
riesce a cambiare l'umanità?
A che serve la memoria?

DOMENICA 7 APRILE 2019 - Commemorazione Eccidio di Punte Alte




DOMENICA 7 APRILE 2019

Commemorazione Eccidio
di Punte Alte


ore 15,30 Ritrovo presso la Piazza del Comune
ore 16.00 Saluto del Sindaco Piero Luigi Bianchi

Formazione del corteo per Punte Alte
Intervento del Prof. Gianni D'Amo

20 marzo 2019 - I QUADERNI PIACENTINI




20 Marzo 2019 ore 21.00


Fondazione di Piacenza e Vigevano

presentazione del film

I QUADERNI PIACENTINI

con la partecipazione dell'autore
Eugenio Gazzola, di protagonisti e
testimoni dell'esperienza della rivista,
di Fabrizio Achilli (ISREC - Istituto di Storia
contemporanea di Piacenza) e
Gianni D'Amo (Cittàcomune)