"Bloggopolis"
La Piazza delle Idee nella Città del Dialogo
Le idee sono il motore di una realtà che vive e respira al di là della nostra sola mente. Ecco allora spuntare Bloggopolis, uno spazio contemporaneo per dar voce a una città saggia e antica che vuole parlare, dialogare e conversare del presente e del futuro. Una piazza in cui raccogliere, attraverso i vostri commenti, il 'sentiment' di una popolazione a volte silenziosa e timida, sicuramente generosa e propositiva. Una polis del nostro tempo, la cui piazza virtuale sia specchio di una città che ci sta a cuore. Piacenza ‘città comune’.
martedì 6 settembre 2011
Edoarda Masi: ricordo di una grande intellettuale marxista
La morte di Edoarda Masi, notizia che come da sue disposizioni è stata comunicata a distanza di un mese circa, ci lascia un grande vuoto. Per ricordarla pubblichiamo questo link al sito di Radio Popolare e di seguito un'intervista apparsa sulla rivista Kamen.
INTERVISTA A EDOARDA MASI[1]
Per gentile concessione della rivista di poesia e filosofia Kamen’[2]
E.M. – Nel XIX secolo è risultata chiara, ed è stata analizzata nella teoria economica e sociologica, la contrapposizione fra capitale e lavoro e la complementarietà dei due poli. Essendo il lavoro l’elemento vitale del capitale, la lotta contro il capitale cresceva dall’interno dei meccanismi di quest’ultimo. Il lavoro si incarnava nel proletariato industriale – non solo avversario del capitale perché oppresso, sfruttato ecc., ma perché sua componente necessaria e contraddittoria. La possibilità di uscire da quel sistema si fondava sul lavoro, che ne era a un tempo la componente base e il nemico radicale.
K. – Il paradigma del lavoro era proprio quello.
E.M. - Sì, non si trattava solo di ideologia: della validità di quella teoria abbiamo una prova storica in centocinquanta anni di lotta.
K. - Era un corrimano, uno strumento razionale che permetteva di mettere in evidenza una prospettiva, un certo numero di fatti. Le due classi sono un portato storico della rivoluzione industriale: non c’è l’una senza l’altra, in un legame fondamentale.
E.M. – Nella sua trionfale evoluzione il capitale ha finito, nella fase presente, con il divorare letteralmente sia la classe proletaria sia quella borghese. Nel Manifesto del Partito comunista c’è un’espressione sottolineata da Hobsbawn, a cui di solito non si bada: Marx dice grosso modo che, a un certo momento, il capitale dovrà essere superato dal lavoro oppure si avrà la fine di entrambe le classi in lotta. Credo che proprio questo si sia verificato. Una cosa è la borghesia, una cosa è il capitale. Questo è un meccanismo economico, mentre la borghesia è la classe dirigente che lo ha gestito in una ascesa sociale durata secoli fino al trionfo nell’Ottocento. Oggi gli eredi della borghesia non hanno più il carattere di classe dirigente. Il tratto di una classe dirigente è quello di difendere sì i propri interessi economici, ma nello stesso tempo di riuscire a rappresentare in qualche modo anche interessi generali.
K. – Per un’etica di classe?
E.M. - Prima che per un’etica, per necessità di fatto. Ad esempio, prendiamo la miserabile piccola borghesia italiana. Al momento dell’unità, per poter gestire lo sviluppo ha dovuto promuovere l’istruzione universale, costruire le infrastrutture, creare i servizi pubblici, ecc. Questo era nell’interesse anche pubblico. Non le era dato perseguire i propri interessi di classe senza costruire un’entità superiore, lo stato-nazione; che finiva col rappresentare tutti i cittadini, pur nelle differenze sociali.
K. – L’idea che ha interpretato ad esempio, in epoca più recente, anche Olivetti.
E.M. - Sì, Olivetti in modo ancora più accentuato perché era anche un innovatore. Esisteva una dimensione della politica che non era la stessa identica dimensione della struttura economica.
K. – C’era un senso del privato e del pubblico, di una loro suddivisione che oggi non c’è più. Non è il frutto di un certo Sessantotto?
E.M. - Secondo me, no; è il frutto di una evoluzione del capitale. Oggi il capitale dominante è in primo luogo quello finanziario, che è cresciuto enormemente; e poi il capitale speculativo. La recente crisi asiatica, ad esempio, è dovuta al capitale speculativo: un capitale che pretenderebbe, in certo qual modo, di eliminare il lavoro e vivere su se stesso, come fosse il gioco della roulette. È un assurdo, poiché lo stesso capitale finanziario, che genera la speculazione, si basa sul lavoro, sulla produzione. Se non ci sono merci non si ha profitto: se non si ha profitto, non si ha speculazione. La tendenza del capitale, tendenza suicida, è quella di eliminare oggi il lavoro che lo minaccia.
K. - In che senso lo minaccia?
E.M. – Perché il lavoro pretende sempre più di essere interamente remunerato, a scapito del profitto e quindi della possibilità stessa dell’accumulazione e della riproduzione allargata – la cosiddetta “crescita”, senza la quale la struttura del capitale crollerebbe.
Uno dei mezzi con cui il capitale oggi (ma la tendenza era già visibile nell’Ottocento) tende in modo ancor più clamoroso a liberarsi del lavoro, con le sue giuste rivendicazioni, è la colonizzazione. Già Rosa Luxembourg aveva elaborato una teoria secondo me valida nella sostanza, nonostante le critiche ricevute per le carenze nei calcoli tecnico-matematici: il capitale ha avuto bisogno di espandersi fuori delle sfere industrializzate, perché vi trova manodopera disponibile, senza limiti, a costi bassissimi. Oggi la tendenza si è estesa al punto di coinvolgere non solo la manodopera industriale malpagata, ma il mondo contadino, dove le transnazionali sono penetrate direttamente attraverso il sistema dell’agribusiness, dei brevetti dei semi, ecc. Vi è quindi un controllo diretto dell’agricoltura nei paesi dove i lavoratori per la maggioranza coltivano la terra o abitano nelle zone rurali. Il controllo e la rapina colpiscono pure gli agricoltori benestanti, soggetti alle transnazionali che, in luoghi ricchi dal punto di vista naturale, si appropriano delle sementi e le brevettano diventandone i proprietari. Perfino i floricoltori di San Remo, ad esempio, sono obbligati ogni anno a ricomprare i semi dei loro fiori, che non appartengono più al regno della natura: hanno subito modifiche biologiche per cui spesso non si riproducono più nel secondo anno. E anche quando tecnicamente non è così, lo è comunque sul piano giuridico, perché i semi brevettati non sono proprietà di chi li usa. Negli Stati Uniti questo è accaduto da tempo anche per il pollame, le uova, ecc. Sono convinta che una delle campagne importanti da fare sia quella contro la cosiddetta “proprietà intellettuale” – che in questo come in ogni altro campo ha ben poco a che vedere con la difesa dei “prodotti dell’intelletto”, ma è uno strumento di dominio economico delle grandi corporazioni.
Nella struttura in apparenza sfuggente assunta oggi dal mondo capitalistico, sembra che non riusciamo a trovare l’equivalente di quello che era stato un tempo il lavoro, la forza che possa combattere strutturalmente questo sistema. Si fanno manifestazioni contro la guerra: il fronte dei partecipanti è molto ampio e vi sono tante motivazioni eterogenee. Nel complesso, però, sono motivazioni etiche e interne al sistema stesso, prive di un progetto alternativo.
K – è già molto questo però!
E.M – No. è molto nel senso che si è formata una massa di gente che protesta. Ma poi si trova impotente, perché non è in grado proporre niente che sia alternativo a questo sistema.
K. – Ma l’etica è per noi strutturale, come l’arte, il pensiero ecc... Che ne pensa?
E.M. – Le motivazioni etiche, come quelle utilitarie, sono il punto di partenza delle posizioni assunte dagli individui e delle loro azioni. Dopo di che è necessaria un’analisi della realtà – risalire ai motivi e alle cause che generano i fatti che ripugnano alla nostra visione morale – e l’elaborazione di progetti alternativi e di strategie politiche. Diversamente, saremo solo quel che Hegel chiamava “anime belle”.
K. – Ma riprendiamo il discorso sulla incapacità di ripensare un progetto alternativo: in tutto questo non si rimette in gioco la funzione degli intellettuali e della politica e la crisi della ragione illuminista, in termini francofortesi, l’avanzare della ragione strumentale, in un sistema della ragione che diventa autoreferenziale in una corsa dei saperi e delle discipline all’autoreferenzialità?
E.M. – Questo perché la dialettica dell’illuminismo ha percorso la sua parabola. Se poi ci riferiamo al lavoro specifico degli intellettuali, bisogna riconoscere che non tutti, ma una loro minoranza fra cui non pochi americani, a cominciare da Chomsky, l’analisi di come funziona questo orrendo sistema ce la fanno. Disponiamo di tutti i dati, intere biblioteche, per vedere come tutto ciò funziona. Quello che non viene fatto è il passaggio ulteriore alla politica. Constatiamo, per esempio, che dietro alla guerra in corso vi sono da un lato gli interessi petroliferi, dall’altro il disegno di egemonia mondiale degli Stati Uniti (che devono impossessarsi dell’Asia occidentale e centrale per poi procedere verso oriente, mettendo in difficoltà anche l’Europa). Questo è abbastanza chiaro. Quel che non viene spiegato è il rapporto tra questa prassi e i fatti strutturali che la determinamo. Perché gli americani, che in fondo hanno una grande tradizione democratica e proprio nel settore più conservatore sono stati a lungo isolazionisti, sono passati a una politica di espansione globale? Che cosa c’è dietro? Perché questa trasformazione? è su questo che secondo me oggi non si fa più l’analisi. Un tempo si sarebbe detto, si fa l’analisi della sovrastruttura e non della base economica strutturale.
K.– Ma un’economia che si basa prevalentemente sul capitale finanziario può stare in piedi? E non è un effetto di quell’ansia e autonomia schizofrenica dei saperi che non fanno più struttura?
E.M. – Questa è una situazione di suicidio, che però trascina nella morte il mondo intero, anche sul piano ecologico, assolutamente distruttiva. Uno dei grandi pensatori di oggi, István Mészáros, ungherese allievo di Lukács, che lasciò l’Ungheria nel 1956 e da molti anni è professore di filosofia in Inghilterra, ha pubblicato nel ‘95 l’ultimo grosso libro, intitolato Oltre il capitale. È stato tradotto in molte lingue, e ha avuto in America Latina più di una edizione in pochi mesi. Rovesciando con una battuta un’affermazione di Schumpeter, secondo il quale il capitale procede a una distruzione costruttiva, Mészáros dice che attualmente il capitale costruisce la distruzione. È effettivamente così. Si uscirà dallo stallo? Personalmente ho poca fiducia che se ne esca partendo dall’Europa, è più probabile che dall’Asia e da una parte dell’America Latina vengano dei cambiamenti.
K. – Un pensatore come Amartya Sen, l' economista, che dici di lui?
E.M. – è bravo, ma non è solo, tutta l’India è ricca di vita intellettuale, politica, scientifica. Anche il movimento delle donne indiane produce pensiero.
K. – Non è come noi che siamo a fare il nulla.
E.M. – No, non si può dire per gli individui, ma è nel complesso che l’Europa in questo momento... Vedi, anche la resistenza francese che è ammirevole rispetto alla schifezza di casa nostra, secondo me è residuale, si basa ancora sulle idee golliste dello stato-nazione. Allora, perché Francia sì e Italia no? Perché i francesi godono di un’enorme eredità che li rende ancora forti, uno stato-nazione che risale a Giovanna d’Arco e anche prima, a Luigi IX; e poi l’eredità della rivoluzione, e quella napoleonica. Lo stato napoleonico non è uno scherzo. Napoleone non è stato solo un guerriero, ha costruito un sistema giuridico, il codice civile, la grande struttura amministrativa... Tuttavia questa eredità è residuale.
K. –Ha detto un’amica e storica francese che questa attività residuale ha coalizzato tutto il paese, destra e sinistra.
E.M. – Meno male, ma non apre a un futuro. è un po’come la Toscana in Italia: è il paese dove si sta meglio, regge su un passato. Mentre per esempio Milano è uno sfacelo. Ma in un certo senso Milano è più avanti della Toscana, giacché per lo sfacelo si deve passare.
K. – Edoarda Masi è nota al pubblico colto soprattutto come sinologa. Com’è la situazione attuale della Cina, rispetto a quella di anni fa.
E.M. – Una giovane giornalista del Manifesto, molto brava, Angela Pascucci, che si occupa degli esteri ma soprattutto della Cina, è stata di recente a Shanghai e ha scritto un articolo sulla FIAT di Nanchino. Mi aveva mandato questo pezzo per un parere; lei non ne era soddisfatta, eppure era un articolo ottimo. Le ho detto che non deve preoccuparsi se non è soddisfatta di quello che ha scritto perché oggi scrivere sulla Cina è difficilissimo, a meno che non si ripieghi sulla critica letteraria; cosa relativamente agevole, perché hanno scrittori notevoli, sia narratori che poeti. Hanno dei poeti straordinari. I cinesi per tradizione hanno sempre avuto un grande poesia. é un paese che si esprime in poesia.
K. – Sono tradotti in italiano questi poeti?
E.M. – Sì, in parte. Tradurre la poesia cinese è straordinariamente difficile, specie in italiano. È leggermente più facile tradurla in inglese. La lingua cinese non è flessa ed è molto sintetica. La lingua europea più sintetica e meno flessa è l’inglese. Se hai un verso cinese di cinque sillabe, in italiano diventa di venticinque sillabe. È necessario un vero poeta per tentare un equivalente. Questo vale per qualsiasi poesia, ma per la poesia di una lingua così diversa l’ostacolo è maggiore. Allora, alcuni fra i più grandi traduttori non poeti scelgono di fare quelle che Fortini chiamava traduzioni di servizio. Come nelle versioni interlineari, ti dicono il senso parola per parola, ti dicono il suono di ogni carattere cinese, e poi dànno una semplice versione in prosa del testo. È il metodo seguito da David Hawkes per Tu Fu. (Per il suono adotta la pronuncia di oggi, diversa da quella dell’epoca Tang – Tu Fu è dell’ottavo secolo. Tuttavia, pur essendo cambiato il suono, le rime rimangono nel passaggio alla pronuncia odierna, come pure, naturalmente, i toni.) Hawkes aggiunge una breve esposizione sulle circostanze in cui il testo è stato scritto; segue l’esegesi sulla forma, sulla metrica, che in quell’epoca era rigidamente regolata. Con questo metodo sono riuscita a far leggere la poesia in cinese a gente che della lingua cinese non sapeva nulla. Anche François Cheng, sinologo francese, traduce con questo sistema. Invece il grande Arthur Waley traduceva in inglese direttamente e riusciva a farlo bene, favorito comunque dalla lingua inglese.
I poeti contemporanei sono particolarmente difficili da tradurre, sono poeti di avanguardia e per di più con molti riferimenti alla poesia tradizionale. Sono di difficile lettura anche per i cinesi. Nell’opera di traduzione è benemerita Claudia Pozzana, che è lei stessa autrice di versi e da anni segue la nuova poesia cinese. Ha il merito di pubblicare sempre le sue traduzioni col testo originale a fronte. Ha tradotto bene, per esempio, Yang Lian. Eppure devo dire che quando Yang Lian è venuto a Milano e ha fatto ha fatto una lettura dei suoi versi, è stata una cosa straordinaria, era bello sentire l’originale, la forza dell’originale. La traduzione ti aiuta, se non avessi avuto la traduzione, forse non avrei capito neanche il senso; però molto va perduto. Non è facile tradurre neanche i prosatori contemporanei, ma per i poeti è veramente difficile.
Dicevo che parlare della Cina attraverso la mediazione degli scrittori è più facile. È un paese immerso in tremende contraddizioni, eppure è estremamente vitale. C’è la critica, c’è il pensiero, c’è la scrittura, è un paese culturalmente in effervescenza. È impossibile prevedere se procederà verso una crescita o verso un’involuzione (indipendentemente dal successo economico e politico, incontestabile).
Un giudizio sulla situazione politica è quasi impossibile. Un giudizio politico, per quanto si voglia distaccato e obiettivo, comporta una presa di posizione dell’osservatore. Dobbiamo tenere in considerazione che oggi la Cina si presenta come possibile bersaglio futuro degli Stati Uniti nella loro pretesa di egemonia sul mondo. Di fronte a una situazione simile, non solo chi per motivi di studio e di frequentazione ha come me in quel paese una seconda patria, ma anche qualunque persona civile non può non schierarsi dalla parte della Cina, potenza pacifica che rischia di essere aggredita e strangolata. Il problema delle sfere dirigenti americane è su come sia meglio strangolarla. Discutono su questo: basterà la penetrazione capitalistica per controllarla? Oppure no, giacché con lo sviluppo del capitale crescerà come grande potenza indipendente, sfida e ostacolo alla nostra egemonia globale? meglio allora aggredirla anche militarmente. Il dilemma è di questo tipo, riguarda il come strangolarla. Su questo piano la Cina va comunque appoggiata, senza molte distinzioni fra popolo e governo.
D’altra parte chi studia la storia sociopolitica della Cina è portato a un atteggiamento fortemente critico di fronte all’attuale governo. Per esempio, hanno fatto di tutto per entrare nell’Organizzazione mondiale del commercio. Ma apertura al mercato con il WTO significa subalternità. Hanno puntato sull’investimento di capitali esteri e sulla produzione per l’esportazione: il che li mette in condizione d’essere ricattati e di possibile instabilità. La situazione economica interna è spaventosa perché spaventosa è la forbice che dal punto di vista del reddito e delle condizioni di vita divide i vari strati della popolazione. C’è una minoranza piccolissima straricca, e un buon numero di abitanti delle maggiori città che se la cava: un tenore di vita inferiore al nostro ma decente. Il sessanta per cento della popolazione vive nelle campagne e sta sempre peggio. La riprivatizzazione della terra coltivabile – per altro assai scarsa – ha prodotto l’espulsione dal lavoro di un gran numero di persone. Si è tornati a un fenomeno proprio dell’epoca prerivoluzionaria, la formazione di un “popolo vagante” di centinaia di milioni, migranti interni per miseria totale, che si accampano in baraccopoli ai margini delle città.
K. – è sottoproletariato urbano?
E.M. – Non è tanto un sottoproletariato, è un vero e proprio proletariato perché si tratta di lavoratori, sottopagati e supersfruttati. Sono l’equivalente degli immigrati da noi (prima dal sud al nord, ora dai paesi asiatici, africani, latinoamericani). Lo sono anche amministrativamente. Per esempio in zone ricche come Shanghai. La Cina è divisa in province intese alla latina, una provincia ha le dimensioni di uno stato europeo. Shanghai e Pechino, che sono le città più grandi, hanno una amministrazione propria, non fanno parte della provincia che hanno intorno, ma formano come una provincia a sé. L’amministrazione di Shanghai per accogliere quelli che vengono dalle altre province richiede ben tre permessi di soggiorno: uno di polizia, uno per l’alloggio, e un contratto di lavoro. Senza di questi, se uno viene beccato viene messo in un centro di detenzione temporanea. È interessante questa analogia con quanto accade da noi, a prova che non si tratta di un meccanismo razzista, ma del frutto di un sistema economico, tanto da presentarsi anche fra abitanti della stessa nazionalità.
Questi irregolari sono in parte tollerati perché sono lavoratori non protetti, a basso salario, che vengono adoperati principalmente nell’edilizia, dove si costruisce con velocità sbalorditiva, in pochi mesi si trasformano le città. Questi operai lavorano a cottimo di gruppo, se il gruppo entro il termine non consegna il lavoro, non viene pagato, semplicemente. Sono sistemi brutali di capitalismo selvaggio. A volte a profitto di capitale misto cinese e estero, a volte di solo capitale cinese. Il capitale estero è poi spesso di cinesi all’estero. Esiste una Cina della costa diversa dall’interno e dal nord, dove prevale il commercio. Già nel passato commercianti e anche banchieri cinesi si sono diffusi per l’ambiente del Pacifico. Gente che manovra denaro in Indonesia, nelle Filippine, e fino negli Stati Uniti...
K. – La Cina rimane ancora in gran parte un paese rurale?
E.M. – è rurale nel senso che la maggioranza della popolazione vive in campagna. Maria Regis diceva che l’avvenire della Cina può essere solo industriale e non rurale. Benché abbia una grande estensione, la terra coltivabile è scarsa. La maggior parte della terra è fatta di deserti e montagne. Rispetto all’enorme popolazione sempre in crescita, anche col migliore dei sistemi di coltivazione non sarebbe in grado di nutrire i suoi abitanti. Ha sempre importato cereali, anche nell’epoca di Mao importava cereali dall’Australia, dal Canada... Non è un paese che possa contare su un’agricoltura ricca, come certi paesi dell’America Latina, rovinati per altri motivi. Dopo la morte di Mao, nei primi anni del governo di Deng Xiaoping, c’è stato un relativo miglioramento delle condizioni di vita in una parte delle zone rurali, grazie a una politica di prezzi che favoriva i prodotti agricoli. Ma in generale i contadini stavano meglio semplicemente perché si erano messi a fare una quantità di mestieri, diciamo di piccolo commercio, sul quale i più abili o furbi o fortunati hanno lucrato, a danno di altri. La terra è stata ridistribuita ai coltivatori – misura inopportuna data la estrema scarsità di terra coltivabile. A ogni famiglia tocca una superficie coltivabile microscopica, che non consente ai suoi membri di mantenersi in vita. Anche prima delle riforme socialiste un certo grado di cooperazione era indispensabile. L’unico modo per poter sopravvivere è collaborare. Un gruppo di famiglie, una cooperativa, una comune potevano acquistare e impiegare utilmente macchine agricole e altri mezzi di produzione, proibitivi e anche eccessivi per la singola famiglia.
La collettivizzazione degli anni Cinquanta non ha avuto il carattere drammatico che aveva avuto in Russia. In Russia una parte dei contadini era contraria, non così in Cina, dove si è trattato di un fenomeno semispontaneo, partito dalla base. Il disaccordo ci fu in seguito, quando si tentò nelle comuni una sorta di “militarizzazione” della vita quotidiana, che ai contadini non piaceva. L’idea di mangiare alla mensa invece che a casa era senza dubbio più razionale, si risparmiavano soldi, tempo e fatica; ma a una famiglia contadina piace mangiare a casa sua secondo la tradizione. Certi eccessi non sono piaciuti ai contadini, ma l’idea di fare le cooperative era bene accetta.
La redistribuzione della terra ha finito col portare molti alla miseria, alla fuga. Il più furbastro riusciva ad accaparrarsi la terra migliore, poi prendeva gli altri come braccianti (ora è consentito) e cercava di produrre il più possibile, sfruttandoli e riducendone il numero al minimo. Così è cominciata l’enorme fuga, e in certi casi perfino l’abbandono della terra – un paradosso in un paese che non ha terra sufficiente per nutrire i suoi abitanti.
La burocrazia cinese è particolarmente brava, ha alle spalle più di duemila anni di esperienza. Finora è riuscita a stare in equilibrio in una situazione assurda, in cui per un verso si continua il controllo statale sull’economia e per l’altro si apre al mercato internazionale: due cose che fanno a pugni. Finora si sono barcamenati, naturalmente con una serie di contrasti: fra poteri locali e centrale, la connivenza fra privati e funzionari statali, con corruzione a livelli incredibili.
K. – E Tien an men?
E.M. – Tien an men è stato uno dei risultati di questa politica. Come è stata diffusa nel mondo dalla CNN, la faccenda è apparsa centrata unicamente sulla rivolta studentesca, si è omesso il fatto che mentre gli studenti protestavano a piazza Tien an men, quattro milioni di cittadini di Pechino erano in rivolta, e poi milioni e milioni di cittadini delle grandi città della Cina. C’è stata la rivolta guidata dai sindacati liberi. I primi militari inviati a domare la folla sono stati pacificamente persuasi da questa a desistere: le donne di Pechino mettevano i loro bambini in braccio ai soldati. Allora per “riportare l’ordine” hanno dovuto mandare soldati da province lontane che parlano altri dialetti e che non potevano comunicare con la popolazione. Era stato loro raccontato che a Pechino c’era una rivolta contro il socialismo e bisognava domare i controrivoluzionari. Quei poveracci hanno condotto l’operazione senza sapere quel che facevano, non potendo comunicare. Non si trattava solo degli studenti nella piazza, era in rivolta gran parte della Cina urbana. I motivi dell’insurrezione sono tanti, è l’insieme dei motivi per cui la popolazione nelle sue varie componenti era contro la politica governativa. Per spiegarli occorrerebbe una lezione di più ore sulla storia della Cina. Fra gli studenti le motivazioni erano abbastanza confuse, una rivendicazione da un lato per la democrazia, dall’altro per il benessere del popolo. Un amico cinese mi diceva che quelli di Tien an men erano principalmente figli di quadri, si trattava cioè di una faccenda quasi interna al partito. Però hanno innescato una rivolta generale del popolo. Questo non è nuovo in Cina. Gli studenti sono stati quelli che hanno innescato anche la rivoluzione culturale.
K– Di Edoarda Masi, oltre ai suoi libri, si conosce poco, che puoi dire?
E.M. – Ho avuto una vita in fondo di piccola borghese italiana piuttosto comune, salvo il fatto che sono andata in Asia. Oggi tutti i giovani che studiano il cinese vanno in Asia. Ho studiato a Parma. Quando ho finito il liceo i miei professori mi hanno detto che dovevo studiare fisica, e avevano ragione. Io ero liberissima di scegliere, mio padre era una persona eccezionale, avanti di tre generazioni, anche per il modo di educare alla libertà. Però esisteva un influsso indiretto, mio padre era un uomo di lettere, e mi appariva naturale orientarmi verso le lettere.
K. – Lo dava per scontato?
E.M. – Lo davo io per scontato. Ho finito il liceo nel 1944 durante l’occupazione tedesca, ho anche saltato un anno perché ero stanca di andare a scuola. Sono del 1927 e avevo saltato un anno anche in prima elementare. A Parma non c’era la facoltà di lettere, c’era a Bologna, però a quel tempo non c’erano neanche i treni, c’era la guerra. Allora mi sono iscritta a legge a Parma, sapendo che poi avrebbero consentito il passaggio di facoltà. Dopo la liberazione ho fatto il passaggio a Bologna, ma è durato un mese e mi sono stufata. Voi non avete idea, mica esistevano i treni per andare da Parma a Bologna, mica esistevano le automobili private. Neanche parlarne, forse qualcuna. Dovevi andare con altra gente a dei posti di blocco fuori città, dove gli alleati controllavano il traffico. Lì si aspettava che passassero dei camion e ci si faceva caricare. I camion erano principalmente di due tipi: militari degli alleati, oppure camion di quelli che facevano la borsa nera da sud a nord. Dal momento in cui c’è stata l’unificazione c’era uno squilibrio enorme di prezzi fra il sud inflazionato e il nord, e su questo giocavano i borsari neri. Mi ricordo che una volta tornai da Bologna in cima a un enorme catasta di limoni che veniva dal sud. Comunque era una vita impossibile, non si poteva studiare in quelle condizioni. Allora con un’amica decidemmo di rimanere a legge a Parma. Così mi sono laureata in legge. E non mi dispiace nemmeno perché è stato un allargamento di orizzonti, data l’educazione tutta letteraria ricevuta a casa.
K. – La stessa cosa ha detto Piero Bertolucci dell’Adelphi, che si è laureato in legge, poi per caso un giorno è andato a sentire le lezioni di Colli ed è rimasto folgorato dalla filosofia. Però anche lui è laureato in Legge.
E.M. – Le donne a quel tempo non potevano entrare in magistratura, ma io non ci pensavo nemmeno, neanche l’avvocato volevo fare, non mi piaceva. Ma la laurea in legge dà accesso a quasi tutte le professioni “umanistiche”. Comunque, l’aspetto nuovo per me rispetto al liceo è stato lo studio della storia del diritto pubblico. é un modo di studiare la storia che nel liceo non c’è, la storia delle istituzione non si fa. Un modo di fare la storia d’Italia sconosciuta nel campo dei letterati. E poi si scopre che i migliori testi di letteratura latina sono quelli dei giuristi, sono testi meravigliosi di grande sintesi e di grande razionalità, dove appare il genio propriamente latino.
Vedi, per esempio, la definizione della violenza morale: «Quamvis si liberus essem noluissem tamen coactus volui».
Dopo la laurea in legge, la prima esigenza era lavorare subito, qualunque lavoro. In questo senso la mia generazione è molto diversa da quelli che oggi volentieri resterebbero a casa della madre fino a cinquant’anni, se potessero. è vero che ci sono condizioni di lavoro difficili, che non è facile trovare casa e lavoro, però in queste condizioni la gente si assesta... Io ho avuto la fortuna che la mia adolescenza, tarda adolescenza, i miei diciassette anni, hanno coinciso con la Liberazione. La storia d’Italia è stata in armonia con la mia crescita personale. L’entusiasmo, veramente grande nei primi anni dopo la Liberazione, ha coinciso per me con il momento in cui uno apre gli occhi sul mondo. È un dato generazionale: tutte le mie compagne, donne, figlie della gente per bene di Parma (una categoria non particolarmente brillante per spirito d’indipendenza), tutte volevamo lavorare il più presto possibile. Era un desiderio d’indipendenza, non volevamo dipendere dai genitori. C’era per me anche la considerazione di mio padre, che era un funzionario statale. Gli stipendi, fino agli anni Sessanta, non ti permettevano quasi di vivere, essendo dirigenti statali – quindi poveri. Allora perché dovevo farmi mantenere da mio padre? Lo trovavo anche immorale. Avrei avuto la possibilità di restare all’Università, ma allora era ancora peggio di adesso: avrei dovuto lavorare gratis per anni. E poi, pur andando d’accordo con i genitori e benché non mi abbiano mai ostacolata in nulla, c’era il desiderio di indipendenza, volevo contare sulle mie forze.
K. - Sei figlia unica?
E.M. – No, ho un fratello, un po’ più giovane. Al primo concorso che c’è stato per le biblioteche, ho colto l’occasione. Allora erano concorsi piuttosto difficili. Ho lavorato per un anno alla Nazionale di Firenze. Ci stavo benissimo, ero contenta, c’erano i colleghi giovani con cui ci divertivamo...
K. - Giovanni Semerano era alla Nazionale di Firenze?
E.M. – Lavorava alla Marucelliana. Direttrice della Nazionale era la Mondolfo, allieva e amica di Giorgio Pasquali. Miei colleghi erano Umberto Albini, grecista, entrato col mio stesso concorso, Martini, che ha lavorato in seguito in una biblioteca dell’ONU, Casamassima, poi diventato direttore della Nazionale. Eravamo stati reclutati quasi tutti contemporaneamente, nei primi concorsi del dopoguerra dopo anni di stasi. Ero felice e contenta, ma non potevo sopravvivere, letteralmente, con lo stipendio, anche avendo trovato una pensione di bravissima gente che mi nutriva bene (per lo meno mangiavo e avevo una cameretta). Però pagati quel mangiare e quella cameretta, non potevo comprarmi più nulla, non era possibile.
I miei si erano trasferiti a Roma e c’era una casa grande... A Roma ci sono tante biblioteche, mio padre dirigeva allora l’Angelica, non potevo essere una dipendente di mio padre... Sono andata alla Biblioteca Nazionale, che era nella confusione più completa. Venivo da quella di Firenze che era diretta bene, bene ordinata, e lì mi sono trovata nel caos. Gli anni Cinquanta, gli anni di Roma, sono stati per me anni bui, i più brutti della mia vita. Roma è una città faticosissima per chi non abita in centro e noi abitavamo in periferia. Tu passi la giornata sui mezzi di trasporto. Mi ero fatta un’automobilina, una Topolino usata, ma anche così per arrivare a casa dalla biblioteca impiegavo più di un’ora. Per fortuna facevamo orario continuato, però arrivavo a casa alle tre, mangiavo, e dopo cadevo in letargo. Se dovevo uscire, si trattava di ricominciare, riuscivo ad arrivare in centro alle sei. Questo dei tempi di trasporto è un aspetto importante, può bloccarti la vita.
Roma è una città bellissima, e mi era familiare come i corridoi di casa mia, però è una città ministeriale e l’odioso ambiente burocratico romano aveva delle propaggini anche nelle biblioteche. Mentre le biblioteche fuori Roma in fondo erano dei regni indipendenti. A Roma finivano per essere tutti parenti, amici e imparentati con i funzionari e gli impiegati dei ministeri, c’era una presenza burocratico-ministeriale anche dentro la biblioteca. Poi, sulla Biblioteca Nazionale di quel tempo, diretta in modo strambo, ci sarebbe da scrivere un romanzo gogoliano.
K. - Dalla Biblioteca Nazionale di Roma sei andata all’Istituto di Studi Orientali?
E.M. - No. A Roma ho studiato il cinese per quattro anni, poi, nel 1957, sono andata in Cina chiedendo l’aspettativa. Sono stata un po’ più di un anno all’Università di Pechino. Avevo una borsa di studio di tre anni a Pechino, ma avrei perso il lavoro in Italia, quindi sono tornata. Anche perché, per ciò che mi importava – la lingua contemporanea – ne sapevo abbastanza, e ho continuato a studiare in Italia. Sono tornata nel 1958, sono stata a Roma ancora due o tre anni, ma lì la vita era sempre più insopportabile, e ho chiesto il trasferimento a Milano. Me lo hanno dato immediatamente, in un giorno, d’ufficio, mi hanno pagato il trasporto delle mie cose, perché nessuno statale voleva trasferirsi da Roma a Milano – dove vi era carenza di personale, mentre a Roma ce n’era in eccesso. Sono rimasta a Milano alla Biblioteca Nazionale Braidense fino alla pensione, nel 1973.
K. - Il tuo ruolo era quello di direttore di biblioteca?
E.M. - No, di dirigente. Prima esistevano solo tre categorie: una categoria esecutiva, una intermedia, e la carriera direttiva. Ero nella carriera direttiva. In quegli anni Andreotti promosse una riforma: dopo un certo numero di anni di servizio e un esame, i funzionari direttivi diventavano dirigenti. Fui tra questi. Il dirigente può avere un incarico di direzione ma in una biblioteca grande oltre il direttore c’è un certo numero di dirigenti. Io ero comunista, perciò non ho mai avuto una direzione. Ne ero stata preavvertita, ancora quando ero a Roma, dal capodivisione del personale: “Lei è brava e molto quotata, ma sarebbe meglio che smettesse di occuparsi di questioni sindacali”. Era uno legato con Gonella, il ministro democristiano della Pubblica Istruzione. Gli risposi: “Finché c’è la libertà....” E lui: “Che Dio ce la conservi!” e fu tutto. Non mi importava molto di questa limitazione della carriera, anche perché lo studio della storia e della letteratura della Cina stava diventando il mio interesse principale. Quello dei bibliotecari è un ambiente di persone civili. La direttrice ti rispettava. Nelle biblioteche allora vigeva il matriarcato: i concorsi di accesso erano difficili, si richiedeva una preparazione notevole, ma la professione dava poche soddisfazioni e pochissimi soldi. Così la maggior parte delle candidate a quella carriera era di donne. Questa gestione femminile funzionava bene, tutto sommato. Negli ultimi anni di Brera mi occupavo degli acquisti e del personale, una funzione dirigente anche se formalmente non ero il direttore.
Mentre lavoravo a Brera ho conseguito la libera docenza in letteratura cinese e ho ottenuto all’Orientale di Napoli l’incarico di letteratura cinese per quattro anni. Era una vita pesante, facevo la pendolare da Milano a Napoli. Non guadagnavo niente, mi davano ottantamila lire che non bastavano neanche per pagare il treno o l’aereo. (Fruendo già di uno stipendio statale potevo avere solo un’integrazione.) A Napoli ho insegnato letteratura cinese moderna. L’incaricato era qualcosa di simile all’associato di oggi, però in condizione di precariato, nominato anno per anno. Il pendolarismo naturalmente era pesante: a Napoli facevo cinque ore di lezione di seguito per due giorni. Erano i primi anni Settanta, il clima era post-sessantottesco, si passavano ore a parlare con gli studenti, era molto bello, ma pesante. Quando tornavo a Milano, trovavo accumulato il mio lavoro, non c’era un altro a farlo, nonostante l’autorizzazione ad assentarmi per due giorni. Ero nella “force de l’âge” e ce la facevo, ma con fatica.
Poi avrei dovuto decidermi a dare il concorso per la cattedra; in quel momento lo avrei vinto, i concorrenti erano pochi. Però avrei dovuto trasferirmi a Napoli: una città che amo molto, dove mi sono trovata benissimo. Ancora oggi con gli ex colleghi napoletani sono in ottimi rapporti. Ma la mia vita era impiantata a Milano, che non era quella di oggi, ci stavo molto bene. Qui avevo gli amici e i compagni, qui ero organizzata. Allora dissi: “Che m’importa, mica voglio fare la carriera universitaria”. Più tardi gli amici napoletani me ne hanno rimproverata, per aver perduto il contatto con gli studenti. È un rapporto che ancora oggi, per quanto occasionale, funziona molto bene. Eppure da giovane pensavo di non essere portata all’insegnamento; ma c’era un equivoco, pensavo all’insegnamento nella scuola media, ed effettivamente non sono portata ad avere a che fare coi ragazzini, a tener buona la classe, ecc. L’insegnamento a ragazzi adulti è un’altra cosa.
K. - E i «Quaderni piacentini»?
E.M. - è la storia di Milano di quegli anni. Perché volevo restare a Milano? Perché gli anni Sessanta sono stati anni meravigliosi. Da Roma a Milano c’è stato per me un cambiamento radicale. È ancora la storia d’Italia. Gli anni Cinquanta sono i Dieci inverni di Fortini. Per molti di noi sono stati anni bui; poi è venuta la liberazione degli anni Sessanta. Prima dei «Quaderni piacentini» avevo conosciuto i compagni dei «Quaderni rossi». Raniero Panzieri l’avevo conosciuto già a Roma, tramite un amico comune; allora era un dirigente della sinistra socialista. Quando ero partita per la Cina, mi aveva detto: «Mandaci delle corrispondenze». Allora dirigeva «Mondo operaio» che durante la sua direzione fu una rivista bellissima. é durato poco, però, perché venne emarginato dal suo stesso partito e finì a Torino a lavorare per Einaudi. Era amico di Franco Fortini. Fortini l’ho conosciuto, perché al ritorno dalla Cina ho scritto un libro e glielo ho mandato. Pensavo fosse lo scrittore adatto a capirlo. Il manoscritto gli piacque molto. Lo presentò, con Panzieri, alla redazione Einaudi di cui faceva parte. Questo è accaduto pressappoco nello stesso periodo in cui mi sono trasferita a Milano, all’inizio degli anni Sessanta. Da Einaudi vi fu un grande litigio intorno al mio libro, perché conteneva delle critiche al regime cinese, fatte da un punto di vista socialista, non da un punto di vista ostile. Però alcuni non erano d’accordo, sostenevano che qualsiasi critica sarebbe andata a vantaggio del nemico. C’era questa mentalità un po’ stalinista, anche fra non stalinisti. Si oppose principalmente Renato Solmi, un uomo straordinario col quale in seguito ho stretto amicizia, ma in quel momento troppo osservante e timoroso dell’eresia. Allora il libro non uscì. In quell’occasione ho avuto un rapporto un po’ più discorsivo con Panzieri il quale mi consigliò: «Non lo dare ad altri editori perché perderebbe il suo carattere». Oggi non è più così, ma allora Einaudi aveva una certa sua nobiltà. Le case editrici non erano tutte uguali come oggi. Così l’ho messo nel cassetto. Soltanto qualche anno fa è uscito da Feltrinelli con il titolo Ritorno a Pechino, con un’introduzione esplicativa.
Panzieri mi disse: «Comincia a frequentare le riunioni dei nostri “Quaderni rossi”» e mi fece fare dei lavori. La rivista era quasi un sottoprodotto di un intenso lavoro precedente. Non ci si incontrava come si incontra una redazione, ma per organizzare un lavoro di studio, di inchiesta e di ricerca – specialmente nelle fabbriche torinesi. Si facevano grandissime sedute di discussioni. Poi alcuni dei risultati venivano pubblicati nella rivista, di cui uscirono appena cinque numeri. È stata per me un’esperienza straordinaria, ho avuto modo di incontrare un insieme di cervelli eccezionale. C’erano Vittorio Rieser, Giovanni Mottura, Liliana e Dario Lanzardo, Michele Salvati che era l’ala destra, Bianca Beccalli, Mariuccia Salvati, Mario Tronti, Toni Negri, Adriano Sofri, ecc... Il nucleo di quella che è stata poi la sinistra italiana pensante, in ogni direzione, è passato dalla rivista. Dopo un certo periodo, entrai a far parte della redazione.
I «Quaderni piacentini» erano più collegati con Fortini, che lavorò per metterli in rapporto con i «Quaderni rossi». Non è vero che Fortini fosse un isolato, come dice Rossana Rossanda. Al contrario, era un organizzatore di cultura, metteva in relazione le persone, in un continuo lavorio. (Un numero sull’America Latina fu realizzato insieme dalle due redazioni.) Grazie a Fortini cominciai a frequentare i «Quaderni piacentini», conobbi Piergiorgio Bellocchio, Grazia Cherchi, Goffredo Fofi. In seguito entrai nella redazione.
K. - Il valore di queste persone era davvero elevato, molte delle cose allora dette si sono rivelate azzeccate.
E.M. – Intorno ai «Quaderni rossi» gravitavano anche un gruppo toscano, amici di Sofri, i veneziani incluso Luigi Nono, anche dei napoletani e dei siciliani. Poi c’era anche Giovanni Pirelli, che fra l’altro ha aiutato finanziariamente la rivista. Un uomo straordinario. Molti degli articoli dei «Quaderni piacentini» sono stati tradotti in Europa e anche altrove. In Francia, la rivista di Sartre riprendeva i nostri articoli. In Germania, facevano opuscoletti dei nostri articoli. è stato un momento in cui è esistita in Europa una sinistra seria, nella quale gli italiani hanno avuto un ruolo. «Quaderni piacentini» per un certo periodo è stata la più bella rivista europea di politica-cultura.
K. - Come mai, al di là del dato della naturale dispersione (c’è chi muore ecc.), questo patrimonio si è smarrito?
E.M. - Si è persa la funzione sociale dell’intellettuale. Quei cervelli in qualche modo erano ancora un residuo di certa cultura umanistica, e si sono dispersi. Il mio amico Giuseppe Gozzini diceva: «Il Sessantotto è stato il rantolo finale di un periodo che durava da più di un secolo». Se si guarda la storia delle persone, ognuno è rimasto un atomo per conto suo, una monade. Chi aveva una sua moralità personale, come Bellocchio o Vittorio Rieser, si è mantenuto isolato, facendo il proprio lavoro in modo decente, ma isolato. Quelli che davano meno importanza alla salvaguardia della loro purezza intellettuale, sono entrati nel giro o economico o politico o accademico - qualche volta diventando uomini di regime.
K. - Ma non è per l’incapacità di pensarsi in un modo diverso?
E.M. - No, come diceva Marx, non si può fare come il Barone di Münchausen che cercava di sollevarsi da terra tirandosi per i capelli. Tu non puoi più avere quella funzione nella società, se la società non te la dà. Sei autoreferenziale. Lo sei perché ti hanno messo in quella condizione.
K. - Ma non è anche per il fatto che gli intellettuali non si sono pensati fuori da questa autoreferenzialità?
E.M. - Secondo me, individualmente questo è accaduto. Alcuni non lo hanno fatto. Ma se parliamo della categoria, la categoria è determinata anche dal contesto. L’individuo molto meno, si può salvare, si chiude nel suo guscio, ha la sua moralità personale, continua a fare le sue cose... Però se pensiamo a una funzione di gruppo, no. Ritengo che nella fase attuale dell’evoluzione economica e politica mondiale, quelli che erano chiamati gli intellettuali, ma che in realtà erano gli intellettuali umanisti, anche del tempo di Marx e poi via via, non hanno più quella funzione che hanno avuto per un secolo e mezzo: in quanto oggi le leve del potere, sia pure con asservimento, sono semmai nel campo della scienza e della tecnologia. Per esempio, il sistema di dominio attraverso la biogenetica, senza una scienza asservita sarebbe impossibile. Il potere delle transnazionali della chimica senza il potere degli universitari sarebbe impossibile. Questi sono veramente gli asserviti pericolosi. Quando tu hai un asservito in campo umanistico, il peggio che può fare è del giornalismo fetente... non dico che faccia poco male, ma tutto sommato... Il potere in questo senso è limitato, mentre non lo è il potere di quelli che organizzano l’industria chimica in un certo modo e sono asserviti a quella, oppure la corporazione dei medici, quelli che insomma hanno finito per fare della vita umana qualcosa di spaventoso. Diceva un mio amico, ora morto: «Se mi ammalo gravemente, la prima cosa che faccio è nascondermi»; perché uno non vuole diventare oggetto di esperimenti, campare tre anni di più, sottoposto a sofferenze atroci per quei tre anni in più che lo fanno vivere.
Certamente è necessario un contributo di pensiero teorico al cambiamento effettivo, di filosofia, di economia ecc... sarà necessario questo, ma non c’è ancora. Chi detiene il potere non ha più bisogno di intellettuali, si serve di altri, di mezze calzette.
K. - Ma come possiamo considerare questi degli intellettuali? Non hanno la coscienza critica dei propri statuti scientifici o umanistici. E perché questa scissione fra scienziati e intellettuali umanistici? Si tratta di intellettuali e basta.
E.M. - Sono d’accordo, dico solo che detengono un pezzo di potere, e per di più sono asserviti.
NOTE
[1] Edoarda Masi è nata a Roma nel 1927. Si è laureata in giurisprudenza a Parma nel luglio1948. Dal 1950 aI 1973 è stata bibliotecaria (ruolo direttivo, ruolo dirigente) nelle biblioteche statali (Biblioteca Nazionale di Firenze, Biblioteca Nazionale dì Roma, Biblioteca Nazionale di Milano). Nel 1956 si è diplomata presso l’ISMEO di Roma in lingua e istituzioni cinesi e in lingua russa. Dopo un corso di perfezionamento in lingua cinese presso lo stesso ISMEO, ha frequentato un corso speciale di lingua cinese presso l’Università di Pechino, nel cui campus ha vissuto nel 1957 e 1958. Dal l968 al 1971 ha tenuto seminari sulla cultura e la storia della Cina moderna presso le università di Torino, Venezia, Roma, l’Istituto superiore di sociologia di Milano, l’Istituto universitario orientale di Napoli, l’istituto di studi storici e sociologici dell’Università di Urbino, l’istituto superiore di scienze sociali di Trento. Nel 1970-71 ha insegnato lingua cinese presso l’ISMEO di Milano. Nel l971 ha conseguito la libera docenza in lingua e letteratura cinese. Negli anni accademici 1971-72, 1972-73,1973-74 è stata incaricata dell’insegnamento di letteratura cinese moderna e contemporanea presso l’istituto universitario orientale di Napoli.. Nel 1976 ha lavorato informalmente presso l’Ambasciata d’Italia a Pechino. Nell’anno accademico 1976-77 ha insegnato lingua italiana presso l’Istituto universitario di lingue straniere di Shanghai. Oltre che in Cina, ha viaggiato (in Asia) in Giappone e in Vietnam. Ha collaborato a diversi periodici, fra i quali: «Alfabeta», «Annali Feltrinelli», «Antigone», «Asahi», «Aut aut», «Azimuth», «Cina», «Critica, revista de la Maestria en ciencias sociales de la Universidad Autonoma de Guerrero», «Guerre & Pace», «Ideologies», «Kursbuch», «L’Indice», «Linea d’ombra», «Nuova rivista storica», «L’ospite ingrato: Annuario del Centro studi Franco Fortini», «Quaderni dell’amicizia (Associazione Italia-Cina», «Quaderni piacentini», «Quaderni rossi», «Rivista di storia contemporanea», «Rivista storica del socialismo», («Socialist revolution», «Tempi moderni», «Les temps modernes», «Ulisse». Ha pubblicato i seguenti volumi: La contestazione cinese. Torino, Einaudi, 1968;1969;1971 (trad. tedesca: Die chinesische Herausforderung. Berlin, Wagenbach, 1970); Lo stato di tutto il popolo e la democrazia repressiva. Milano, Feltrinelli, 1976; Per la Cina. Milano, Mondadori, 1978 (trad. americana, con variazioni e aggiunte: China Winter. New York, Dutton, 1982); Breve storia della Cina contemporanea. Bari-Roma, Laterza, 1979; Il libro da nascondere. Casale Monferrato, Marietti, 1985;Cento trame di capolavori della letteratura cinese. Milano, Rizzoli, 1991 ;Ritorno a Pechino. Milano, Feltrinelli, 1993; Storie del bosco letterario. Milano, Scheiwiller, 2002. Ha curato le seguenti traduzioni dal cinese:
Cao Xueqin, Il sogno della camera rossa. Torino, UTET, 1964; 1981; Lu Xün, La falsa libertà. Torino, Einaudi, 1968; Feng Youlan, Sommario di storia della filosofia cinese, in: “i problemi della pedagogia”, 1971-72; Lao She, Città di gatti. Milano, Garzanti, 1986; Confucio,I dialoghi. Milano, Rizzoli, 1989; Chuanqi: storie fantastiche Tang. Parma, Pratiche, 1994; Lu Xün, Erbe selvatiche. Macerata, Quodlibet, 2003.
[2] Kamen’ Rivista di poesia e filosofia, anno XIII – n° 23 – gennaio 2004 – Direttore Responsabile: Amedeo Anelli
sabato 6 agosto 2011
8 agosto 1940 - Lo scoppio della Pertite
Forse non tutti lo sanno, ma sotto i portici di Palazzo Gotico una lapide ricorda lo scoppio del 1940 alla Pertite che fece 47 morti tra le donne e gli uomini che lavoravano allo stabilimento e fece decine di feriti, alcuni dei quali rimasero invalidi.
Una triste pagina della storia della città di Piacenza che tutti noi dovremmo ricordare
Qui sotto le testimonianze dei parenti delle vittime, intervistati nel 2009 dai ragazzi della scuola media Calvino che oggi confina con l'area:
"non capimmo subito che lo scoppio era alla Pertite, da giorni gli inglesi stavano bombardando Genova e il rumore dei botti arrivava fino a Piacenza, ma poi vedemmo il cielo nero..."
"...quando baciavo la mamma le dicevo che era amara, la sua pelle assorbiva la polvere della pertite e le sue unghie erano sempre giallo zafferano...."
"..dopo lo scoppio si alzò un fumo nero in cielo, l'onda d'urto ruppe i vetri delle finestre fino alle case del centro...per altri trenta minuti caddero detriti e pezzi di persone, fino a S.Antonio..."
"..tutti scappavano verso la città, io correvo a piedi nudi, escoriandomeli, verso la Pertite alla ricerca della mamma"
"..vidi il mio vicino di casa gridare, aveva il braccio a penzoloni.... le donne strillavano, erano fuori dalle grazie di Dio..."
"..la zia venne salvata perché aveva fuori la mano dalle macerie...visse per altri 20 anni, ma sempre malata..."
"..ricordo che il nonno era capotecnico. Ogni giorno da casa, in centro, si recava al lavoro con la sua borsa con dentro una ciambellina e la sua pipa...... "
“..Quel giorno mio padre, accorso sul posto, vide la trave del soffitto che aveva sfondato
la sua scrivania del nonno...che non morì subito, è morto in casa dopo qualche giorno...non me lo fecero vedere..."
"...io stavo giocando a biglie, al secondo scoppio caddi in ginocchio per lo spostamento d'aria.."
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giovedì 28 luglio 2011
La lotta dei lavoratori Gesco-TNT. L'intervento di Giovanni Callegari
Ieri sera è stato firmato l’accordo sindacale che riguarda i lavoratori del consorzio Gesco in appalto presso la TNT, scesi in lotta da alcune settimane. Consideriamo che anzitutto questi lavoratori hanno avuto il merito, pagando di persona, di avere
imposto per qualche tempo all’attenzione di tutti il tema del Lavoro e delle sue condizioni, del salario, della condizione particolare dei lavoratori extracomunitari, nonché di quelli impiegati nelle cooperative e nella logistica. Su tali questioni Cittàcomune si era già attivata nel marzo 2009 proponendo all’attenzione dei piacentini un ciclo di conferenze, dibattiti e proiezioni di film presso la Camera del Lavoro di Piacenza con la collaborazione della stessa CGIL. Impegno che ha avuto seguito nel maggio del 2010 con una iniziativa presso la sala Giordano Bruno
organizzata in compartecipazione con l’associazione “Cambia l’Italia” e tutta incentrata sulle ambiguità della nuova "cooperazione”, che si aggiudica appalti a prezzi stracciati risparmiando illegalmente sui costi del lavoro e della sicurezza.
Sono questioni che a nostro parere toccano i nervi scoperti di coloro che a vario titolo si occupano di lavoro. Di chi il lavoro ce l’ha, di chi non ce l’ha e di chi ce l’ha ma sottopagato e incerto. Toccano anche le organizzazioni sindacali, le associazioni e i partiti che si collocano nel centrosinistra ma anche altri soggetti: il mondo della cooperazione, le associazioni cattoliche, il volontariato ed infine istituzioni locali quali Comune e Provincia.
Chiediamo di non archiviare l’argomento una volta risolta la questione specifica TNT e segnaliamo anche un certo ritardo nell'affrontare la questione da parte dei sindacati confederali. In tal senso ci sembra un buon segnale che la CGIL abbia approntato una apposita task force di vigilanza per raccogliere e smascherare gli illeciti nel mondo del lavoro nel nostro territorio. Riteniamo inoltre che si imponga una riflessione sulle profonde differenze delle condizioni materiali tra lavoratori. Differenze che hanno rotto l’unità tra gli stessi lavoratori e che hanno dato origine a divisioni profonde. Pensiamo a chi dei diritti acquisiti ne fa un feticcio e a chi perdendo il lavoro (ed ammesso che lo ritrovi) di diritti non ne avrà più perché avrà cambiato la tipologia di assunzione. Pensiamo a chi i diritti non li ha mai acquisiti perché magari essendo giovane si è appena affacciato e a fatica al ciclo produttivo.
Pensiamo a coloro non possono esigere i loro diritti perché non sarebbero assunti, o sarebbero licenziati e, soprattutto se extracomunitari, sarebbero direttamente espulsi dal mondo del lavoro.
Certo ci saranno esigenze di impresa da considerare, tempestività, flessibilità, stagionalità, dimensione dell’azienda e se di tipo tradizionale o cooperativa….
Se dalla generalità dei lavoratori non sono accessibili i diritti universali, un salario contrattato e dignitoso, le ferie, la malattia, la libertà di associazione sindacale, i contributi sociali, la sicurezza sul lavoro, va da sé che, complice anche la durezza della crisi, non ci sarà più nessun lavoratore che avrà alcunché di acquisito. Pensiamo che il movimento cooperativo debba continuare a rappresentare valori di libera associazione e partecipazione tra lavoratori e che proprio a partire da questi valori dovrebbe rimarcare l’abissale differenza tra sé e quelle cooperative finte che servono solo per fornire manodopera a basso prezzo. Pensiamo che il movimento cooperativo in primis debba spingere per una legislazione che impedisca il proliferare di cooperative spurie e/o fasulle. Pensiamo che le associazioni degli imprenditori, che appaltano i lavori abitualmente al prezzo più basso e credono in questo modo di “competere” e soprattutto evitare il problema della gestione del personale e del rispetto dei contratti collettivi di settore, debbano ripensare ai loro modelli organizzativi, che hanno permesso il proliferare di questi fenomeni. Quando si tira troppo la corda sulle condizioni di lavoro e sulle retribuzioni il conflitto esplode inevitabilmente e il conto da pagare ai lavoratori, all’INPS, all’INAIL e al Fisco per le violazioni riscontrate ricade giustamente sull’impresa committente, che si accorge soltanto dopo di non aver fatto i conti con le conseguenze dei suoi comportamenti. Pensiamo anche che il Consiglio Comunale e quello Provinciale, i partiti e le associazioni dovrebbero aprire una seria riflessione sulla logistica a Piacenza su cosa abbia comportato in termini di cementificazione e impermeabilizzazione di vaste aree a ridosso della periferia, di quanto inquinamento da trasporto su gomma abbia portato, di quanti pochi lavoratori con elevata professionalità abbia assorbito e invece di quante false cooperative abbia generato. Forse quei lavoratori stranieri non avranno realizzati tutti i loro obiettivi, noi ci auguriamo di si, e comunque vada la nostra solidarietà, da lavoratori a lavoratori, è rivolta a loro. Le conquiste ottenute con le lotte che le generazioni passate dei lavoratori italiani hanno fatto dal dopoguerra per trent’anni, in Italia o all’estero da emigranti, sono per tutti e dovremmo rimproverarci se non si riuscisse a consegnarle alle future generazioni e a tutti i lavoratori.
per il Direttivo di Cittacomune
Giovanni Callegari
imposto per qualche tempo all’attenzione di tutti il tema del Lavoro e delle sue condizioni, del salario, della condizione particolare dei lavoratori extracomunitari, nonché di quelli impiegati nelle cooperative e nella logistica. Su tali questioni Cittàcomune si era già attivata nel marzo 2009 proponendo all’attenzione dei piacentini un ciclo di conferenze, dibattiti e proiezioni di film presso la Camera del Lavoro di Piacenza con la collaborazione della stessa CGIL. Impegno che ha avuto seguito nel maggio del 2010 con una iniziativa presso la sala Giordano Bruno
organizzata in compartecipazione con l’associazione “Cambia l’Italia” e tutta incentrata sulle ambiguità della nuova "cooperazione”, che si aggiudica appalti a prezzi stracciati risparmiando illegalmente sui costi del lavoro e della sicurezza.
Sono questioni che a nostro parere toccano i nervi scoperti di coloro che a vario titolo si occupano di lavoro. Di chi il lavoro ce l’ha, di chi non ce l’ha e di chi ce l’ha ma sottopagato e incerto. Toccano anche le organizzazioni sindacali, le associazioni e i partiti che si collocano nel centrosinistra ma anche altri soggetti: il mondo della cooperazione, le associazioni cattoliche, il volontariato ed infine istituzioni locali quali Comune e Provincia.
Chiediamo di non archiviare l’argomento una volta risolta la questione specifica TNT e segnaliamo anche un certo ritardo nell'affrontare la questione da parte dei sindacati confederali. In tal senso ci sembra un buon segnale che la CGIL abbia approntato una apposita task force di vigilanza per raccogliere e smascherare gli illeciti nel mondo del lavoro nel nostro territorio. Riteniamo inoltre che si imponga una riflessione sulle profonde differenze delle condizioni materiali tra lavoratori. Differenze che hanno rotto l’unità tra gli stessi lavoratori e che hanno dato origine a divisioni profonde. Pensiamo a chi dei diritti acquisiti ne fa un feticcio e a chi perdendo il lavoro (ed ammesso che lo ritrovi) di diritti non ne avrà più perché avrà cambiato la tipologia di assunzione. Pensiamo a chi i diritti non li ha mai acquisiti perché magari essendo giovane si è appena affacciato e a fatica al ciclo produttivo.
Pensiamo a coloro non possono esigere i loro diritti perché non sarebbero assunti, o sarebbero licenziati e, soprattutto se extracomunitari, sarebbero direttamente espulsi dal mondo del lavoro.
Certo ci saranno esigenze di impresa da considerare, tempestività, flessibilità, stagionalità, dimensione dell’azienda e se di tipo tradizionale o cooperativa….
Se dalla generalità dei lavoratori non sono accessibili i diritti universali, un salario contrattato e dignitoso, le ferie, la malattia, la libertà di associazione sindacale, i contributi sociali, la sicurezza sul lavoro, va da sé che, complice anche la durezza della crisi, non ci sarà più nessun lavoratore che avrà alcunché di acquisito. Pensiamo che il movimento cooperativo debba continuare a rappresentare valori di libera associazione e partecipazione tra lavoratori e che proprio a partire da questi valori dovrebbe rimarcare l’abissale differenza tra sé e quelle cooperative finte che servono solo per fornire manodopera a basso prezzo. Pensiamo che il movimento cooperativo in primis debba spingere per una legislazione che impedisca il proliferare di cooperative spurie e/o fasulle. Pensiamo che le associazioni degli imprenditori, che appaltano i lavori abitualmente al prezzo più basso e credono in questo modo di “competere” e soprattutto evitare il problema della gestione del personale e del rispetto dei contratti collettivi di settore, debbano ripensare ai loro modelli organizzativi, che hanno permesso il proliferare di questi fenomeni. Quando si tira troppo la corda sulle condizioni di lavoro e sulle retribuzioni il conflitto esplode inevitabilmente e il conto da pagare ai lavoratori, all’INPS, all’INAIL e al Fisco per le violazioni riscontrate ricade giustamente sull’impresa committente, che si accorge soltanto dopo di non aver fatto i conti con le conseguenze dei suoi comportamenti. Pensiamo anche che il Consiglio Comunale e quello Provinciale, i partiti e le associazioni dovrebbero aprire una seria riflessione sulla logistica a Piacenza su cosa abbia comportato in termini di cementificazione e impermeabilizzazione di vaste aree a ridosso della periferia, di quanto inquinamento da trasporto su gomma abbia portato, di quanti pochi lavoratori con elevata professionalità abbia assorbito e invece di quante false cooperative abbia generato. Forse quei lavoratori stranieri non avranno realizzati tutti i loro obiettivi, noi ci auguriamo di si, e comunque vada la nostra solidarietà, da lavoratori a lavoratori, è rivolta a loro. Le conquiste ottenute con le lotte che le generazioni passate dei lavoratori italiani hanno fatto dal dopoguerra per trent’anni, in Italia o all’estero da emigranti, sono per tutti e dovremmo rimproverarci se non si riuscisse a consegnarle alle future generazioni e a tutti i lavoratori.
per il Direttivo di Cittacomune
Giovanni Callegari
martedì 26 luglio 2011
Roy Paci & Aretuska - Nuntereggae Più
L'omaggio di Roy Paci & Aretuska a Rino Gaetano: una sfilza aggiornata di "nuntereggae più" che speriamo si possa cantare in tanti, sempre di più...
- Nuntereggae Più
venerdì 22 luglio 2011
Bobbio FilmFestival - il programma
venerdì 1 luglio 2011
A Piacenza le primarie del centrosinistra: sogno o realtà?
Pubblichiamo questo interessante intervento di Barbara Corso apparso sul quotidiano "Libertà" di oggi 1 luglio 2011 perché ci sembra condivisibile per molti aspetti e perché contribuisce ad aprire una positiva discussione nell'intero centrosinistra piacentino.
Il Partito Democratico non tema le primarie
Vorrei dare un mio piccolo contributo e –nelle mie intenzioni- un piccolo aiuto alla discussione del PD per le prossime amministrative di Piacenza, anche per raccogliere l’appello del segretario che sulla stampa si dice comprensibilmente stanco per i numerosi impegni e incarichi che riveste. Dalla sua nascita il PD sta cercando di costruire un modello innovativo di forma partito, all’altezza che stiamo attraversando: abbiamo preso atto che si va assottigliando la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, che le forme tradizionali di partecipazione sono insufficienti per dare risposte ad una domanda crescente di politica e che contemporaneamente –in un mondo dominato dai media, dalla tv e oggi anche da internet ai comizi si sostituiscono i talk show e i partiti di massa si trasformano in partiti di opinione. Può piacere o no, ma è un dato di realtà.
Per questo abbiamo raccolto la sfida di definire, anche attraverso la scelta delle primarie, strumenti innovativi e moderni, pur sempre perfettibili, di partecipazione, rappresentanza democratica e selezione della classe dirigente. Tra parentesi non credo che questo sia IL SOLO tratto identitario del PD, che dovrebbe invece concentrarsi con altrettanta determinazione nel definire una proposta politica chiara e condivisa a partire dai temi economici e sociali: oggi si pongono con indifferibile urgenza in un paese in affanno, che fatica a vedere vie d’uscita e cui viene progressivamente meno la coesione sociale. E ciò ricade drammaticamente anche sul nostro territorio, come dimostrano ancora le ultime vicende di RDB e della chiusura dei negozi in città. Tuttavia il PD ha sempre cercato di selezionare candidature e rappresentanze in modo coinvolgente e aperto, nel tentativo di ricucire un rapporto più forte con iscritti ed elettori, quel rapporto che nei partiti tradizionali e in una società meno complessa e “liquida” era garantito da un forte radicamento sociale e territoriale. Anche il PD locale sarebbe più forte se dimostrasse coerenza nelle scelte: la partecipazione non può essere messa in campo a fasi alterne, a seconda di chi ne trae vantaggio. Oggi commissioni e mediazioni di vertice sono promosse proprio da coloro che in altre recenti occasioni invocavano le primarie - peraltro sfondando una porta aperta - con toni aggressivi sui giornali. Gli stessi che avevano tradito –solo nel 2008- gli esiti delle primariette per le candidature al Parlamento, forzando a livello nazionale sulla composizione della lista nella direzione opposta a quella indicata dal territorio. Oggi la memoria collettiva è molto corta, ma non credo si possa andare avanti a corrente alternata. Con parole esplicite, le primarie non possono essere buone o cattive a seconda che siano utili ai candidati più graditi.
Non capisco quindi –o, meglio, preferirei non capire- quale sia la ratio del percorso del PD locale per le prossime comunali del nostro capoluogo: il vertice provinciale “scippa” al PD cittadino la facoltà di prendere le determinazioni in merito; il segretario, gli organismi e i circoli della città vengono coinvolti solo in parte e solo a seguito di una loro reazione a questo atteggiamento verticistico e anacronistico; si sostiene apertamente (forse l’innovazione è questa!?!) la necessità di un candidato unico del PD nel tentativo di imbavagliare la discussione tenendola il più possibile circoscritta, come se il PD, che sicuramente ha candidati competenti e autorevoli, dichiarasse pubblicamente il timore di confrontarsi con la coalizione; non si discute dei confini della coalizione, come non si discute della visione di Piacenza nei prossimi 10 anni, se non forse in qualche iniziativa tutta rivolta all’interno; si costituisce un’arcaica commissione, di cui non si capiscono, se ci sono, i criteri di rappresentanza; se non ci sono ,non se ne comprende la necessità: esiste un esecutivo, esistono commissioni di garanzia. Le amministrative a Milano e Torino ci hanno insegnato qualcosa: con il vento favorevole e in campo candidati autorevoli, non abbiamo nulla da temere dalle primarie. A Torino Fassino si è confrontato anche con altri candidati del PD, ma la sua serietà, la sua cifra, la sua credibilità non ne hanno certo risentito; anzi, ne sono uscite rafforzate. A Milano il PD si era presentato candidando solo Boeri alle primarie, ma Pisapìa, il candidato più competitivo, ha vinto ugualmente primarie e elezioni. Oggi a Piacenza ha timore delle scelte partecipate solo chi vuole indicare con obsoleti tatticismi un proprio successore e non pensa di aprire – pur nella continuità con la scorsa amministrazione - una nuova fase di progetto e di governo. L’immagine del PD piacentino scaturita in questi giorni è quella di una organizzazione che si chiude nel palazzo, impantanata nel tentativo di far passare come univoco il nuovo erede gradito a chi conta, più che concentrata in una discussione veramente plurale nei contenuti e nelle candidature, aperta e utile alla città. Avendo ovviamente a cuore i destini collettivi del mio partito, non riesco a restare in silenzio mentre vedo che sceglie di non raccogliere nelle proprie vele quel vento a noi favorevole che altrove spira nel paese. Bisogna decisamente invertire la rotta per poterlo intercettare anche qui.
Barbara Corso
Iscritta al Pd
venerdì 24 giugno 2011
A Salty Dog - Procol Harum
Una canzone che fa venire i brividi e che racconta di mare, di tempeste e di solitudini. Che alla generazione degli anni settanta richiamerà ricordi e sentimenti.
La proponiamo perché magari possa comunicare belle sensazioni anche ad altre generazioni.
martedì 21 giugno 2011
Seconda Serata cittàcomune: la festa
Dalla serata cittàcomune del 17 giugno:
LA FESTA!
foto di Sergio Ferri
Seconda Serata cittàcomune: ritratti dal convegno
Ritratti dal convegno
"Nessuno si senta escluso".
"Nessuno si senta escluso".
Foto regalateci da Sergio Ferri effettuate durante la Seconda Serata cittàcomune.
Cooperativa "La Magnana" 17 giugno 2011.
Grazie a tutti!
Grazie a tutti!
domenica 19 giugno 2011
Fronte Popolare di Giudea
Una satira dei magnifici e sempre attuali Monty Python, discussioni che a quelli di noi meno giovani ricordano tempi del passato non tanto recente: infinite digressioni sui nomi delle cose, polemiche pretestuose e fondate sul nulla, settarismi duri a morire...
Un po' come è ancora oggi con qualche piccola variazione. Comunque si ride di gusto!giovedì 9 giugno 2011
seconda SERATA cittàcomune
Piacenza, venerdì 17 giugno 2011 ore 18
coop “La Magnana”, strada Magnana 20
“Nessuno si senta escluso”
Bisogni e cittadinanza attiva oggi
Cittàcomune propone un incontro su presente e futuro dei servizi sociali, tra pubblico e privato
Ne discutono tra loro e con i presenti
Marco Tanzi Associazione “cittàcomune” (“Spunti per una riflessione sul welfare locale”)Stefano Zanaboni Presidente Cofies (“I servizi sociali oggi, tra pubblico e privato”)
Francesco Argirò Caritas Diocesana Pc (“Il ruolo del volontariato nel welfare locale”)
Pierangelo Solenghi Consorzio Sol.co Pc (“La cooperazione sociale a Piacenza”)
Luigi Squeri Dirigente Servizi sociali comunali Pc (“Il Comune: il punto di vista tecnico”)
Claudia Fiaschi Consorzio Cgm (“Nuovi orizzonti di welfare e cooperazione sociale”)
Alberto Alberani Legacoop Emilia Romagna (“Il modello emiliano, tra vecchio e nuovo”)
Interviene il Vice Sindaco di Piacenza
Francesco Cacciatore
seconda serata cittàcomune
parole cibo e musica per stare insieme, discutendo
seconda serata cittàcomune
parole cibo e musica per stare insieme, discutendo
di cosa stiamo facendo e di cosa vogliamo fare
cittàcomune si impegna a non escludere davvero nessuno e per questa occasione sarà presente il servizio di interpretariato Italiano/Lingua dei Segni Italiana
A seguire: aperitivo alcolico e analcolico - insalate e
salumi - torte salate e dolci - alle ventuno piatto caldo
salumi - torte salate e dolci - alle ventuno piatto caldo
“La Magnana” è un luogo ospitale e accogliente per tutti, dai bambini agli anziani. Sono graditi doni in forma di torte e bevande. Il buffet è a offerta libera, il ricavato della serata andrà interamente alla coop. “La Magnana”
TESSERAMENTO 2011 “Cittàcomune” è una associazione politico-culturale autogestita attraverso l’impegno volontario dei soci e autofinanziata dal tesseramento annuale.
mercoledì 8 giugno 2011
Mino e Celentana - Acqua e Sole -
L'inno semiufficiale della campagna referendaria 2011!
sabato 4 giugno 2011
Si vota e si vota Si



clicca sul volantino per leggerne i contenuti
- 2 Si per l'Acqua bene comune
- Si al referendum sul legittimo impedimento
- Si al referendum sul nucleare
- Si al referendum cittadino sul Parco della Pertite
venerdì 3 giugno 2011
Il Viaggiatore Leggero - i video
Presentazione del volume "Il viaggiatore leggero" scritti 1961-1995 di Alexander Langer
mercoledì 1 giugno 2011L'intervento di Gianni D'Amo
L'intervento di Lanfranco Bolis
L'intervento di Goffredo Fofi
venerdì 20 maggio 2011
"Il viaggiatore leggero"
ALTRONOVECENTO movimenti, pensiero critico, testimonianza
nel secondo dopoguerra italiano e europeo
Piacenza, Mercoledì 1 giugno 2011, h. 21,
via Sant’Eufemia 12
presso l’Auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano
Presentazione del volume di
Alexander Langer
Il viaggiatore leggero
Scritti 1961-1995 (Sellerio, 2011)
Ne discutono tra loro e con il pubblico presente
Lanfranco Bolis, Gianni D’Amo
e Goffredo Fofi
Alexander Langer è nato a Sterzing (Vipiteno-Bolzano) nel 1946 ed è morto suicida a Firenze nel 1995. Ha dedicato l’intera vita all’impegno sociale e civile, dall’adolescenza cristiana al Sessantotto alla militanza in “Lotta continua”, dall’ecologismo al pacifismo e alla solidarietà tra Nord Sud e Est del mondo, che si è concretizzato nei suoi ultimi anni in una presenza sul campo e senza mai risparmiarsi nei luoghi tragici della guerra nella ex Jugoslavia. Eletto a diverse cariche istituzionali, da quelle locali fino alla presidenza del gruppo dei Verdi al Parlamento europeo, Langer non si è lasciato imprigionare nella routine e nell’autoconservazione della politica corrente, mantenendo uno sguardo in grado di vedere lontano nella difficoltà della convivenza contemporanea e nella minaccia che pesa sulla vita della Terra, praticando uno stile di vita quotidiano che non contraddicesse le convinzioni proclamate e anzi ne offrisse una prima verifica e conferma. La “riconversione ecologica” di cui ha parlato, nelle sforzo di tenere insieme drammatici contrasti del presente e futuro possibile, investe il modo di vivere di ciascuno di noi. Come ha scritto Goffredo Fofi nella “Introduzione” al libro, Langer ci ha insegnato “a piantare la carità nella politica. Proprio piantare, non inserire, trasferire, insediare. E cioè farle mettere radici, farla crescere, difenderne la forza, la possibilità di ridare alla politica il valore e la responsabilità di uno e di tutti verso la cosa pubblica, il bene comune, verso la solidarietà tra gli umani e tra loro e le altre creature”.
Incontri di filosofia
una gustosa parodia della "lotta" tra il pensiero classico e quello moderno propostaci dai Monty Python.
mercoledì 11 maggio 2011
Pier Paolo Poggio
Pier Paolo Poggio sarà ospite a Piacenza martedì 17 maggio per presentare il suo libro Il sistema e i movimenti Europa 1945-1989.
Lo vediamo qui presentare il precedente L’età del comunismo sovietico. Europa 1900-1945.
Pubblichiamo quest'intervista per sollecitare una discussione sui temi che affronteremo durante la serata.
Lo vediamo qui presentare il precedente L’età del comunismo sovietico. Europa 1900-1945.
Pubblichiamo quest'intervista per sollecitare una discussione sui temi che affronteremo durante la serata.
sabato 7 maggio 2011
Altronovecento
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Piacenza, Martedì 17 maggio 2011 ore 21, via Sant’Eufemia 12
Presentazione del volume a cura di
Pier Paolo Poggio
Ne discutono tra loro e con il pubblico presente
Piergiorgio Bellocchio e i coautori Gianfranco
Fiameni, Pier Paolo Poggio, Franco Toscani

ALTRONOVECENTO
movimenti, pensiero critico, testimonianza
nel secondo dopoguerra italiano e europeo
movimenti, pensiero critico, testimonianza
nel secondo dopoguerra italiano e europeo
Piacenza, Martedì 17 maggio 2011 ore 21, via Sant’Eufemia 12
presso l’Auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano
Presentazione del volume a cura di
Pier Paolo Poggio
Il sistema e i movimenti
Europa 1945-1989 (Jaca Book, 2011)
Ne discutono tra loro e con il pubblico presente
Piergiorgio Bellocchio e i coautori Gianfranco
Fiameni, Pier Paolo Poggio, Franco Toscani
Il libro è il secondo volume di un più ampio progetto della Fondazione Micheletti di Brescia in collaborazione con Editoriale Jaca Book (L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico), teso a restituire un immenso patrimonio di esperienze ed idee: critiche, eretiche, “altre” da quelle per decenni proposte dalle ideologie dominanti. Dopo il tomo su L’età del comunismo sovietico. Europa 1900-1945 (2010), Il sistema e i movimenti. Europa 1945-1989 propone alcune decine di saggi, scritti da autori sia affermati che sconosciuti al grande pubblico (coordinati da Pier Paolo Poggio, direttore della Fondazione Micheletti), attraverso i quali riconsiderare conflitti sociali e movimenti, ideologie e teorie critiche, testimoni e pensatori, che hanno caratterizzato Italia ed Europa – dell’Ovest e dell’Est – nei decenni del secondo Novecento.
Il dissenso in Urss e le lotte operaie nell’Est europeo fino alla dissoluzione del sistema sovietico, l’affermarsi dell’industria culturale, il Sessantotto in Francia Italia Inghilterra e Germania, il movimento studentesco e quello femminista, l’operaismo italiano, il dissenso religioso, la minaccia atomica, la riconversione ecologica... si alternano a una rassegna di figure di eccezionale interesse: da Sartre e Camus a Foucault e Debord, da Adorno a Marcuse, da Anders alla Arendt a Krahl, da E. De Martino a Fortini e Timpanaro, da Panzieri a Bosio a Montaldi (su cui ha scritto Gianfranco Fiameni), da Balducci (su cui ha scritto Franco Toscani) a Ivan Illich.
mercoledì 4 maggio 2011
La censura non esisite
Un divertente sketch d'epoca con Manfredi e Panelli, una satira sulla censura (e sull'autocensura), che fa pensare e ridere ancora oggi. Certo i centimetri di pelle esposta, le parole ed il buongusto hanno subito all'apparenza evoluzioni enormi. Ma quanta effettiva libertà di espressione, di istruzione, di informazione ci è data?
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