"Bloggopolis"
Le idee sono il motore di una realtà che vive e respira al di là della nostra sola mente. Ecco allora spuntare Bloggopolis, uno spazio contemporaneo per dar voce a una città saggia e antica che vuole parlare, dialogare e conversare del presente e del futuro. Una piazza in cui raccogliere, attraverso i vostri commenti, il 'sentiment' di una popolazione a volte silenziosa e timida, sicuramente generosa e propositiva. Una polis del nostro tempo, la cui piazza virtuale sia specchio di una città che ci sta a cuore. Piacenza ‘città comune’.
venerdì 24 settembre 2010
mercoledì 15 settembre 2010
Iniziativa sul sindacato
Auditorium “S. Maria della Pace”, Via Scalabrini 19
LAVORO – SOCIETA' – SINDACATO
“Cara Cgil, parliamone…”
Incontro pubblico: discuteranno tra loro e con i presenti
Alberto Bellocchio, Carlo Berra, Maurizio Mantovani
Il lavoro nel mondo globalizzato cresce esponenzialmente, in modo inversamente proporzionale alla sua visibilità pubblica. La nostra vita quotidiana dipende sempre più da ciò che si produce nelle sterminate periferie industriali asiatiche o nelle miniere sudamericane, ma è come se non lo sapessimo. Certamente ne parliamo troppo poco.
Nel nostro Paese una larga fetta di lavoro subordinato è esclusa, almeno in parte, da diritti e ammortizzatori sociali: operatori di call center o conduttori di sistemi automatici, lavoratori autonomi di seconda generazione o giovani laureati stretti tra precarie collaborazioni editoriali e altri lavori occasionali, stranieri “invisibili” (spesso “associati” in cooperative fasulle), che tutti i santi giorni operano nell’edilizia e tutte le notti mandano avanti la logistica anche nella nostra città…
È tale la svalutazione economica e culturale del lavoro nell’Italia di oggi, che il problema non appare neppure come titolo nelle “emergenze” individuate dal governo Berlusconi per proseguire la sua azione, mentre riaprono le fabbriche con centinaia di migliaia di lavoratori in meno e centinaia di tavoli per la cassa integrazione in più. D’altra parte, nel dibattito in corso su un nuovo sistema di relazioni industriali, l’opposizione di centro-sinistra e il movimento sindacale non riescono a far emergere una proposta forte, che riaffermi dignità e valore del lavoro, nella dimensione globale dell’economia e a partire da un tessuto produttivo italiano massicciamente connotato da piccola e piccolissima impresa.
A noi pare che nella rottura del nesso tra lavoro e politica, tra lavoro e trasformazione sociale consapevole, stia la ragione principale della caduta del valore del lavoro. E che su questo sfondo vada sviluppato un dibattito franco sulle difficoltà del sindacato e della Cgil, nel nostro Paese e a Piacenza.
Nella nostra provincia si è recentemente concluso un difficile congresso della Cgil, con l’arrivo di un Segretario della Camera del lavoro non piacentino e l’esclusione dagli organismi dirigenti degli esponenti della Lista alternativa. Hanno certo pesato le brutte vicende locali degli ultimi tempi, dall’indagine sull’ex Direttore dell’Ufficio del lavoro, che vede coinvolti imprenditori e sindacalisti (tra gli altri, l’ex segretario della Cisl), a quella sul tesseramento Spi. Non si può sorvolare sulle responsabilità personali (giuridiche e politico-morali) e non ci si può chiudere in una logica tutta interna. Non può farlo – crediamo – la Cgil, forza costitutiva della democrazia italiana, imprescindibile per un’alternativa all’attuale degrado politico-sociale, un sindacato che ha saputo essere casa comune della sinistra anche in momenti di forte tensione interna (basti pensare al duro scontro sulla scala mobile nel 1984). Per l’intero dopoguerra, la Cgil ha cercato di essere sindacato dei lavoratori e dei lavori, non solo degli iscritti, tenacemente impegnata a contrastare quella tendenza alla corporativizzazione che già Gramsci individuava come costante negativa della società italiana: abbiamo tutti bisogno che continui ad essere una grande e attiva protagonista dell’economia, della società, della cultura italiana.
sabato 4 settembre 2010
Lodi 12 Settembre 2010
Lodi
c/o Area del Capanno
domenica 12 settembre ore 10,00
Taci! Il nemico ti ascolta!
Come sta la libertà di opinione e di stampa (art. 21 della Costituzione italiana)nell’Italia del centro destra
Carlo Smuraglia, presidente ANPI Milano,
Antonella Mascali, giornalista di Radio Popolare,
Ferruccio Pallavera, direttore de Il Cittadino,
Gianni D’Amo, consigliere comunale di Piacenza,
Roberto Nalbone, direttivo ANPI provinciale del Lodigiano
Coordina:
Tullio Montagna, vicepresidente ANPI Lombardia
lunedì 24 maggio 2010
Comitato parco della Pertite
L’evento epocale per Piacenza
C o m i t a t o P a r c o P e r t i t e
mercoledì 19 maggio 2010
Incontro in piazzetta S: Agnese

protagonisti della Resistenza
L’Associazione Nazionale dei Partigiani Italiani, di Piacenza
promuove per
INCONTRO POPOLARE
nella P.tta di Sant’Agnese
per ricordare i partigiani di questo quartiere che
contribuirono alla Liberazione dell’Italia dal nazifascismo
Con presentazione del volume
"Memorie di un partigiano"
di Giulio Donazzi
Interverranno:
MARIO CRAVEDI, presidente provinciale dell’Anpi
ETTORE CARRA’, storico, collaboratore del libro
GIANNI D’AMO, insegnante, amministratore pubblico
Assieme ai partigiani Carlo ed Ettore Bernardelli, Mario De Gasperi, Quinto Canevari, Ettore Carrà, Giulio Donazzi, Walter Gabbiani, Lodovico Mosconi, Vico Paveri, sarà ricordata la figura di Emilio Canzi "Franchi", comandante in capo di tutti i partigiani piacentini, nato in Cantone della Camicia, con proposta di dedicare una targa alla sua perenne memoria.
GLI ABITANTI DEL QUARTIERE DI SANT’AGNESE
lunedì 3 maggio 2010
La forza dei bisogni e le ragioni della libertà

via S. Franca 33
presentazione del volume miscellaneo curato da
Franco Sbarberi (Diabasis, 2008)
La forza dei bisogni e le ragioni della libertà
Ne discutono tra loro e con i presenti
Franco Sbarberi e Piergiorgio Bellocchio
Piergiorgio Bellocchio ha fondato nel 1962 e diretto per circa vent’anni “Quaderni piacentini”. Dal 1985 al 1993 ha pubblicato, con Alfonso Berardinelli, la rivista “Diario”. Tra i volumi che raccolgono i suoi scritti saggistici e critici: Dalla parte del torto (Einaudi, 1989), L’Astuzia delle passioni (Rizzoli, 1995), Oggetti smarriti (Baldini & Castoldi, 1996) e Al di sotto della mischia (Libri Scheiwiller, 2007). È presidente di “cittàcomune”.
venerdì 23 aprile 2010
Il lavoro e la crisi
Giovedì 29 Aprile 2010, ore 21 Piacenza Coop. Vicolo del Pavone
via G. Bruno 6
IL LAVORO E LA CRISI
A PIACENZA
Diritti perduti e trasformazioni dell’economia e della forza lavoro nel nostro territorio
Ne discutono tra loro e con i presenti: Marco Carini (consigliere regionale PD), Giovanni Callegari (coordinatore di Cittàcomune), Marco Marchetta (Cambia l’Italia), Gianni Bernardini (ispettore INPS), Marco Efori (segretario FILT-CGIL), Stefano Zanaboni (cooperatore).
venerdì 2 aprile 2010
Mercoledì 14 aprile - Rileggere Marx oggi, nella crisi globale

STORIA E CRITICA DEL PRESENTE.
Utopia e realtà del socialismo novecentesco
Diego Fusaro
(Bompiani, 2009)
Rileggere Marx oggi, nella crisi globale
Ne discutono tra loro e con i presenti:
Diego Fusaro, Luca Grecchi, Franco Toscani
Luca Grecchi (Codogno, 1972) dirige con Diego Fusaro la rivista di filosofia “Koinè” e ha pubblicato diversi saggi sulla filosofia antica, dai classici greci alle filosofie orientali. Per Petite Plaisance, Pistoia, 2005, ha pubblicato: con Umberto Galimberti Filosofia e biografia, con Costanzo Preve, Marx e gli antichi Greci. Tra i suoi saggi marxiani precedenti, Karl Marx nel sentiero della verità e Verità e dialettica. La dialettica di Hegel e la teoriadi Marx (Crt, Pistoia 2003).
Franco Toscani vive a Piacenza dove è nato nel 1955 e insegna Filosofia. Collabora con la cattedra di Filosofia teoretica dell’Università statale di Milano. Saggista e critico, nel 2003 ha pubblicato la plaquette di poesie La benedizione del semplice (Blu di Prussia, Piacenza, prefazione di Carlo Sini). È collaboratore di diversi giornali e riviste, ha pubblicato testi filosofici per Bompiani e Cluep Padova.
giovedì 11 febbraio 2010
Iscrizione 2010
Sono aperte le iscrizioni per l'anno 2010George Orwell (1903-1950)
Eric Blair (il futuro George Orwell) nasce nel 1903 a Motihari, in Bengala, dove il padre Richard è un modesto funzionario dell’Amministrazione britannica. Dopo la preparatory school a St Cyprian (su cui ci lascerà lo splendido racconto postumo Giorni felici), è ammesso a Eton con una borsa di studio per alunni meritevoli, ma nel 1922 abbandona gli studi e si arruola nella Polizia imperiale indiana. Parte per la Birmania e vi trascorre cinque anni, nei quali acquisisce "sul campo" quella "conoscenza dell’imperialismo dall’interno", di cui troviamo gli echi nel romanzo Giorni in Birmania e in straordinari racconti autobiografici come Un’impiccagione e L’uccisione dell’elefante.
"Quando nel 1927 tornai in patria in licenza - scrive - ero già parzialmente deciso ad abbandonare il mio lavoro… Sentivo di dovermi sottrarre non soltanto all’imperialismo, ma ad ogni forma di dominio dell’uomo sull’uomo… In quel periodo, il fallimento mi sembrava essere la sola virtù. Ogni sospetto di carriera, di "successo" nella vita anche solo nel senso di riuscire a guadagnare qualche centinaio di sterline l’anno, mi pareva spiritualmente turpe… Mi rendevo conto ora che non c’era nessun bisogno di andare fino in Birmania per trovare la tirannide e lo sfruttamento. Qui, in Inghilterra, sotto i tuoi piedi, c’era la sommersa classe operaia che, in maniera diversa, pativa sofferenze altrettanto profonde".
Esperienza diretta e disinteresse personale: su queste basi poggia sin dall’inizio il socialismo morale di Orwell, inscindibile dalla politica della verità. Per lui l’intelligenza è indivisibile dall’onestà, lo stile dalla lealtà, sempre.
Il successo improvviso e mondiale della Fattoria degli animali e di 1984, favorito e strumentalizzato dalla Guerra fredda, nasconde ai più, da oltre mezzo secolo, la lunga, caparbia esperienza dell’oppressione, dell’avvilimento, della ribellione (non solo alla prepotenza, ma all’ipocrisia e alla menzogna), che accompagna l’intera vita di Orwell, militante e scrittore. Anche libri assai meno conosciuti come Senza un soldo a Parigi e a Londra, La strada di Wigan Pier, Omaggio alla Catalogna, saggi come Nel ventre della balena, Il leone e l’unicorno, Come muoiono i poveri, Riflessioni su Gandhi sono tra i migliori esempi di letteratura politica e giornalismo sociale del XX secolo. E fanno di Orwell, a sessant’anni dalla morte, uno degli autori indispensabili per capire il nostro tempo e i nostri problemi.
Piccola antologia orwelliana
Tutte le persone che lavorano con le mani sono in parte invisibili e quanto più importante è il lavoro che compiono, tanto più invisibili diventano… Forse il minatore, più di ogni altro, rappresenta il tipico lavoratore manuale… così invisibile, si può dire, che siamo capaci di dimenticarlo come il sangue che ci scorre nelle vene… Quando lo osservi, ti fa comprendere che è solo perché i minatori sudano sangue che le persone "superiori" possono restare tali. Voi, io, il direttore del "Times Literary Supplement", i poeti e l’Arcivescovo di Canterbury, il Compagno X autore de "Il Marxismo per i bambini" – tutti noi siamo debitori per la relativa dignità delle nostre esistenze a quei poveri diavoli, neri fino alla punta dei capelli, con la gola piena di polvere, le forti braccia che sollevano le pale, i muscoli d’acciaio del loro ventre. (1937)
Mentre scrivo, individui altamente civilizzati mi volano sulla testa, cercando di uccidermi. Essi non mi odiano personalmente, io non li odio. Non fanno che "compiere il loro dovere". Senza dubbio, sono per la maggior parte persone cortesi, rispettose della legge. Quali privati cittadini, non si sognerebbero mai di uccidere nessuno. D’altra parte, se uno di essi riesce ad annientarmi con una bomba ben centrata non avvertirà ombra di rimorso, non avrà sonni turbati da incubi. Serve il suo paese, che ha la facoltà di assolverlo da ogni colpa. (1940)
All’interno l’Inghilterra continua ad essere il paradiso dei ricchi. Le frasi sulla "uguaglianza dei sacrifici" sono fanfaluche. Mentre agli operai delle fabbriche si chiede di prolungare il loro orario di lavoro, la stampa è piena di annunci pubblicitari di questo tipo: "Cercasi maggiordomo famiglia persona sola, personale servizio otto"… La signora in Rolls Royce fa più danno al morale di una squadra di bombardieri di Göring. (1940)
La democrazia britannica non è poi quella truffa che qualche volta sembra. Un osservatore straniero nota la grande disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza, il sistema elettorale disonesto, il controllo della classe dominante sulla stampa, la radio, l’istruzione e ne conclude che la democrazia è semplicemente un eufemismo per dittatura. Ma chi giunge a queste conclusioni ignora il profondo accordo che disgraziatamente esiste tra chi comanda e chi ubbidisce. Per quanto rincresca ammetterlo, è quasi sicuro che negli anni che vanno dal 1931 al 1940, il governo nazionale interpretò il volere delle masse. Furono le masse ad accettare gli slum, la disoccupazione e una politica estera vigliacca. Fu un periodo di ristagno e i suoi capi naturali furono, come è giusto, delle mediocrità. (1941)
Sino alla fine dell’agosto 1939 gli industriali inglesi facevano a pugni tra loro per vendere alla Germania stagno, caucciù, rame e gomma-lacca, sebbene tutti sapessero, senza possibilità di dubbio, che la guerra sarebbe scoppiata di lì a due o tre settimane. Si trattava di una decisione sensata, come sarebbe quella di vendere un rasoio a chi voglia tagliarvi la gola. Ma era un buon affare. (1941)
Quando si eccettuino pochi terreni pubblici che sono sopravvissuti (le strade maestre, le terre del National Trust, un certo numero di parchi e la spiaggia sotto il livello dell’alta marea), ogni centimetro quadrato dell’Inghilterra è posseduto da poche migliaia di famiglie. Sono persone utili su per giù come i vermi solitari. (1944)
In ultima analisi il nostro maggior titolo alla vittoria è che, se vinciamo la guerra, ne narreremo la storia con ben minori menzogne di quanto farebbero i nostri avversari. La cosa veramente terrificante dei regimi totalitari non sono le atrocità che commettono, ma la loro ostilità verso la verità obiettiva. Infatti vorrebbero controllare il passato non meno del futuro. (1944)
Questo è ciò che si deve ricordare per vedere la guerra spagnola nella sua vera prospettiva. Quando si pensa alla crudeltà, allo squallore e alla futilità della guerra – e in questo caso agli intrighi, alle persecuzioni, alle menzogne e alle incomprensioni – si avverte sempre la tentazione di dire: "Uno vale l’altro ed io resto neutrale". Ma in pratica non si può restare neutrali e non esiste una guerra dove non abbia importanza la parte che vince. Quasi sempre una parte sta, più o meno, per il progresso, l’altra, più o meno, per la reazione. L’odio che la Repubblica spagnola destò in milionari, duchi, cardinali, gente del bel mondo, militari, e chi più ne ha più ne metta, basterebbe da solo a mostrare chi aveva ragione. In fondo era una lotta di classe. Se la Repubblica avesse vinto, il partito della povera gente si sarebbe rinforzato in tutto il mondo. Invece perse e i capitalisti di tutto il mondo si fregarono le mani. Quello era il vero nodo. Tutto il resto non era che fumo. (1944)
Credo che, conservando il proprio amore infantile per alberi, pesci, farfalle e… rospi, ci si prepari meglio un pacifico e onesto futuro, mentre invece sostenendo che nulla deve essere ammirato, tranne l’acciaio e il cemento armato, si renda più probabile una situazione in cui gli esseri umani non avranno altro sfogo per le loro superflue energie se non l’odio e l’adorazione di un qualche duce. (1946)
Lasciando aperta la nostra mente alla valanga di frasi fatte, esse ci costruiranno da sole i periodi – penseranno i nostri pensieri, in una certa misura – e al momento opportuno ci renderanno il prezioso servizio di occultare anche a noi stessi il significato di ciò che diciamo e scriviamo. È a questo punto che diventa chiaro il legame tra la politica e la degradazione della lingua… Quando esiste un divario tra i propri fini dichiarati e quelli reali, ci si rivolge ai paroloni e alle lingue morte, come le seppie che spruzzano inchiostro… Quel che è soprattutto necessario è che sia il significato a scegliere la parola, e non il contrario. Nello scrivere, la peggior cosa che si possa fare con le parole è arrendersi ad esse. (1946)
mercoledì 3 febbraio 2010
Nucleare: incontro a Piacenza
martedì 22 dicembre 2009
Terza Assemblea Generale: il Comitato Direttivo
Il Comitato Direttivo è stato scelto nelle persone di: Piergiorgio Bellocchio, Gianni Bernardini, Livio Boselli, Maura Bruno, Giovanni Callegari, Daniela Cremona, Sergio Ferri, Teo Frattini, Massimo Gardani, Mario Giacomazzi, Sandro Miglioli, Francesco Serio, Simona Soffiantini, Marco Tanzi e Lara Zaghi.
venerdì 11 dicembre 2009
III Assemblea di "cittàcomune"
presso la sede dell’associazione in via borghetto 2/i II piano
P r o g r a m m a
*15.00-15.30: insediamento presidenza e programmazione lavori
*15.30-17.00: relazione di bilancio economico-organizzativo (M. Gardani)
relazioni sull’attività politico-culturale svolta (P. Bellocchio, L. Zaghi)
relazione sulla situazione politico-amministrativa (G. D’Amo)
*17.00-18.30: interventi degli ospiti e dibattito tra i soci
*18.30-19.00: approvazione bilancio e documenti politico-programmatici.
Dalle ore 17.00 alle ore 18.30 si potrà votare per l’elezione del Direttivo
del Presidente, del Portavoce e del Tesoriere dell’associazione.
0523.336984 cittacomune@gmail.com www.cittacomune.com
martedì 17 novembre 2009
Tre conversazioni sulla pensatrice francese, nel centenario della nascita
Piacenza, Teatro dei Filodrammatici
via Santa Franca 33
"Cittacomune" propone tre incontri per conoscere la vita e le opere di Simone Weil (1909-1943). Il primo con Giancarlo Gaeta ("Simone Weil e la critica della politica", 9 ottobre); il secondo con Guglielmo Forni Rosa ("Nazionalismo, colonialismo, totalitarismo: la testimonianza attiva di Simone Weil, 12 novembre); il terzo con Piergiorgio Bellocchio e Alfonso Berardinelli ("La presenza di Simone Weil nella cultura italiana", 9 dicembre)Simone Weil (Parigi, 1909 - Londra, 1943) nacque in un’agiata famiglia ebraica laica e assimilata e fu allieva del filosofo Alain. Laureatasi in filosofia, giovanissima cominciò a insegnare, venendo tra l’altro a contatto con gli ambienti del sindacalismo di base francese. Sin dai primi anni Trenta, maturò e rese esplicita una critica radicale del totalitarismo e dello stalinismo, interrogandosi a fondo sulle condizioni di una liberazione reale della classe operaia e più in generale degli uomini. Seminari, collaborazioni a riviste, viaggi, letture filosofiche e politiche, partecipazione alle lotte sindacali si intrecciano nella vita di questa ventenne tanto fragile quanto incontenibilmente vitale. Coerentemente con i suoi interessi spirituali, nel 1934-35 abbandonò l’insegnamento della filosofia per fare l’operaia, prima alle Officine Alsthom e poi alla Renault. Nel ‘36 partecipò all’esperienza del Fronte popolare in Francia e poi alla Guerra civile spagnola nelle file repubblicane. Nel corso di un viaggio in Italia, avviò una profonda riflessione religiosa, che l’accompagnerà fino alla precoce morte, senza tuttavia trattenerla dall’impegno personale e incondizionato nella Resistenza contro il nazismo. Abbandonata la Francia con i famigliari per sfuggire alla persecuzione antisemita, lasciò la sicura New York per collaborare con l’organizzazione di De Gaulle a Londra, da dove chiese con testarda insistenza di essere paracadutata in Francia, “in prima linea”, e dove consumò le residue energie a scrivere un testo per la ricostruzione politica d’Europa su nuove basi.
Per Simone Weil teoria e prassi non sono mai separate. Ad ogni pensiero deve seguire una condotta coerente. Non c’è sua pagina che non implichi il problema di «come vivere»: innanzitutto per questo, la sua opera e testimonianza di vita ci sembra imprescindibile per orientarci nel presente.
Piergiorgio Bellocchio, Alfonso Berardinelli, Gianni D’Amo
lunedì 18 maggio 2009
Roberto Tonelli
Roberto Tonelli
Galleria Sant'Ilario
Vicolo Sant'Ilario - traversa di Via Garibaldi
Piacenza
14 - 29 novembre 2009
tutti i giorni dalle 16,30 alle 19,30 – chiuso il lunedì
inaugurazione
sabato 14 novembre alle ore 17,00
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Il cielo in una stanza.
Piacenza.
Gli anni del '68.
Fotografie di Prospero Cravedi.
URBAN CENTER (accessi da Via Scalabrini e Stradone Farnese)
Martedì 19 Maggio ore 18
LA CONTESTAZIONE A PIACENZA
Dissenso ed esteterotica, tra la sinistra vecchia e quella nuova:
anche in provincia "grande è il disordine sotto il cielo".
Ne parlano oggi testimoni e protagonisti di allora
Mercoledì 20 Maggio ore 18
LA CAMPAGNA RIMOSSA
La civiltà contadina e l'esperienza della
Lega di Cultura di Piadena.
Conversazione con Gianfranco Azzali e Giuseppe Morandi
Mercoledì 20 Maggio ore 21
I GIORNI CANTATI
Canti popolari della tradizione padana
a cura della Lega di Cultura di Piadena
Venerdì 22 Maggio ore 21
METTIAMO DEI FIORI NEI VOSTRI CANNONI
Tra la provincia e il mondo, parole e musica della generazione del Vietnam.
Concerto di Gianni Bernardini, con Andrea Bonadè e Serena Groppelli
mercoledì 25 marzo 2009
Quattro Conversazioni

DALLA RESISTENZA AL SESSANTOTTO
Dal “Politecnico” a
“Quaderni piacentini”
Momenti del dopoguerra italiano rivisitati attraverso alcune riviste
Quattro conversazioni,
Teatro dei Filodrammatici
Piacenza, via Santa Franca n. 33
dalle ore 21
“IL POLITECNICO”
(1945-47) di E. Vittorini
Intellettuali, politica e nuova cultura, tra Resistenza e ricostruzione
Ne parla e discute con i presenti Piergiorgio Bellocchio
Giovedì 2 aprile 2009
“Discussioni” (1949-1953)
“Ragionamenti” (1955-57)
Dai “dieci inverni” al disgelo.
Riviste e pensiero critico negli anni Cinquanta
Ne parlano e discutono con i presenti Gianni D’Amo e Luca Lenzini
Venerdì 17 aprile 2009
“Quaderni piacentini”
(1962-1984)
Tra neocapitalismo e contestazione, dalla provincia al mondo
Ne parlano e discutono con i presenti Daniela Cremona e Sergio Ferri
Martedì 28 aprile 2009
Il ruolo delle riviste nel quadro politico-culturale del dopoguerra
La rivista come esperienza privilegiata di una generazione di intellettuali
Ne parla e discute con i presenti Tito Perlini
martedì 25 novembre 2008
Un'altra politica.

gruppo consigliare piacenzacomune
SABATO 29 NOVEMBRE 2008 ORE 16,30 – 19,30
Auditorium Sant’Ilario, via Garibaldi 17, Piacenza
ASSEMBLEA PUBBLICA
SONO INVITATI A INTERVENIRE TUTTI I CITTADINI INTERESSATI
Un’altra politica.
È possibile, è utile, ha una prospettiva?
Coordina
Gianni D’Amo,
Consigliere comunale di “piacenzacomune”
Intervengono tra gli altri:
Piergiorgio Bellocchio, Gianni Bernardini, Lorenzo Boscarelli, Giovanni Callegari, Emilio Dadomo, Domenico Ferrari, Claudio Ghelfi, Stefano Forlini, Massimo Gardani, Mario Giacomazzi, Emilio Politi, Marco Tanzi, Lara Zaghi
lunedì 3 marzo 2008
A proposito di...

Piergiorgio Bellocchio
In occasione dell’uscita del suo ultimo libro
Al di sotto della mischia
Satire e saggi (Libri Scheiwiller, 2007)
Gianni D’Amo fa l’insegnante di storia e filosofia. Tra i promotori dell’associazione “cittàcomune”, è consigliere comunale di Piacenza.
Piergiorgio Bellocchio ha fondato nel ‘62 con Grazia Cherchi – e diretto per circa vent’anni – “Quaderni piacentini”, la più importante rivista politico-culturale degli anni Sessanta e Settanta. Dal 1985 al ‘93 ha pubblicato “Diario”, interamente redatta a quattro mani con il solo Alfonso Berardinelli. Ha esordito come narratore nel 1966 con I piacevoli servi (Mondadori). La sua produzione critica e saggistica è raccolta in vari volumi, l’ultimo dei quali, Oggetti smarriti, era uscito nel 1996 da Baldini & Castoldi. Piergiorgio Bellocchio torna ora in libreria dopo undici anni con Al di sotto della mischia. Satire e saggi (2007, Libri Scheiwiller).
Piacenza, venerdì 7 marzo 2008, ore 21
Teatro dei Filodrammatici, via S. Franca 33
domenica 24 febbraio 2008
AMERICA OGGI

Stati Uniti e primarie, tra speranze e
contraddizioni che riguardano anche noi
Bruno Cartosio
condotto da Sandro Zucchi
Bruno Cartosio insegna Storia dell’America del Nord all’Università di Bergamo. Ha pubblicato, tra l’altro: Senza illusioni. I neri negli Stati Uniti dagli anni Sessanta alla rivolta di Los Angeles (1995, ShaKe), L’autunno degli Stati Uniti. Neoliberismo e declino sociale da Reagan a Clinton (1998, ShaKe), Gli Stati Uniti contemporanei, 1865-2002 (2002, Giunti), Contadini e operai in rivolta. Le Gorras blancas in New Mexico (2003, ShaKe). Tra i volumi più recenti: Più temuti che amati. Gli Stati Uniti nel nuovo secolo (2005, ShaKe) e New York e il moderno (2007, Feltrinelli). Bruno Cartosio ha fondato e dirige con Alessandro Portelli e Giorgio Mariani “Ácoma. Rivista Internazionale di Studi Nordamericani”.
Piacenza, mercoledì 27 febbraio 2008, alle ore 21.00
Teatro dei Filodrammatici, via S. Franca 33
domenica 9 dicembre 2007
PRIMA ASSEMBLEA GENERALE DI “cittàcomune”
presso la sede dell’associazione in via borghetto 2/i II piano
L’assemblea è pubblica e aperta, oltre che ai soci, a tutti gli interessati
P r o g r a m m a
*15.00-15.30: insediamento presidenza e programmazione lavori
*15.30-17.00: relazione di bilancio economico-organizzativo (M. Gardani)
relazione sull’attività politico-culturale svolta (G. D’Amo)
presentazione della lista dei candidati per il Direttivo
*17.00-18.30: interventi degli ospiti e dibattito tra i soci
*18.30-19.00: approvazione bilancio e documenti politico-programmatici
Dalle ore 17.00 alle ore 18.30 si potrà votare per l’elezione del Direttivo
del Presidente, del Portavoce e del Tesoriere dell’associazione.
per informazioni e contatti:
0523.336984 cittacomune@gmail.com http://www.cittacomune.com/
venerdì 30 novembre 2007
MOSTRE, IL CORPO RACCONTA
luogo del nostro abitare
crocevia di relazioni
testimone della nostra storia
epifania dell’anima
linguaggio preverbale
forma del desiderio
…
il corpo
Galleria "S. Ilario"

Quando l’Italia poteva ben dirsi un paese laico Intervento di Gianni D’Amo in Consiglio comunale in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria di Piacenza a Mons. Luciano Monari (22 ottobre 2007)
Non è principalmente per venire incontro alla giusta esigenza non unanimistica appena esposta dal collega Vaciago, che non parteciperò alla votazione di oggi: è per motivi più di fondo, che è difficile argomentare qui, perché sembrano scomparsi dal dibattito politico-culturale del paese, dopo esserne stati una vena fondamentale.
Esiste in questo paese una lunga tradizione laica, che affonda le sue radici, dal punto di vista storico-politico, nel Risorgimento, e prima ancora nella cultura, almeno dall’Umanesimo e Rinascimento, passando per l’Illuminismo e giungendo fino a noi. Questa posizione laica può anche essere accusata di laicismo, e legittimamente secondo me: del resto essa si è espressa in certi periodi e momenti della storia in forme di acceso anticlericalismo (certamente sono esistite forti correnti anticlericali in tempi a noi vicini, nell’Italia novecentesca). Tuttavia, è esistita ed esiste anche una posizione semplicemente, sobriamente laica. Essa concepisce rapporti tra Stato e Chiesa improntati alla netta separazione, una separazione che secondo me oggi viene messa in discussione dalla decisione, che il Consiglio si appresta ad assumere, di conferire la cittadinanza onoraria, come è stato ricordato, a un’autorità religiosa.
Vorrei tralasciare la tradizionale letteratura laica (o laicista o anticlericale), che peraltro annovera nomi importanti della nostra storia patria, da Cavour a Salvemini, da Giovanni Amendola a Benedetto Croce. Sono abituato a cercare il nucleo di fondo di verità che esiste nella posizione che in un certo momento sento come altra rispetto alla mia: così ho cercato e trovato lumi in uno studioso di religioni, in un libro largamente sconosciuto, che improvvisamente mi è tornato in mente qualche tempo fa, mentre si discuteva in Conferenza dei capigruppo di questa faccenda.
Vorrei dunque leggere qualche passo di un eminente studioso che si chiama Giorgio Levi Della Vida, il cui nome rivela chiaramente le ascendenze ebraiche, peraltro non praticante, nato alla fine dell’800 e morto negli anni ’60 del 900. Questo signore, che non gode di alcuna notorietà - come a molti tra i migliori capita in questo paese, che non ha ben chiaro di cosa menare vanto e di cosa vergognarsi (e non mi riferisco al tema di oggi, parlo di ben altro) – è, credo, uno dei più importanti studiosi delle religioni moniste, cioè delle religioni del Mediterraneo, è il fondatore dell’islamistica italiana, è stato professore dell’Università di Napoli, di cui ha fondato il ramo degli studi orientali, di Torino, di Roma. Poi, siccome non ha giurato - è tra i dodici docenti universitari che non hanno giurato nel ’31 la fedeltà al regime fascista - a un certo punto nel 1938 (l’anno delle leggi razziali) se n’è andato negli Stati Uniti, a Princeton, per poi tornare a morire in Italia. Giorgio Levi Della Vida è stato il principale redattore delle voci religiose dell’enciclopedia Treccani, voluta e diretta da Giovanni Gentile, tranne ovviamente di quelle cattoliche, perché quelle furono riservate a stretti collaboratori del cardinal Gasparri.
Chiedo scusa per la lunga presentazione, ma devo ancora ricordare che le pagine sono tratte da un libro di memorie pubblicato negli anni ’60 (Fantasmi ritrovati, p.e. Neri Pozza 1966, riedito da Liguori nel 2004), e in particolare da un saggio, “Un ebreo tra i modernisti”, in cui Levi Della Vida ricorda la sua profonda amicizia con tre cattolici praticanti: padre Giovanni Semeria, padre Giuseppe Gabrieli ed Ernesto Bonaiuti, che non so se chiamare “padre”, poiché essendo stato l’esponente più importante di quella corrente del cattolicesimo che si è chiamata “modernismo”, fu scomunicato e solo successivamente riammesso nella Chiesa cattolico-romana.
Credo che sia mio dovere - e credo che l’intellettuale Luciano Monari, ma anche l’uomo Luciano Monari, lo comprenderà - portare testimonianza di qualcosa di cui si è perso la memoria pressochè totalmente, e secondo me ingiustificatamente.
Leggo dunque per pochissimi minuti qualche pagina di Della Vida.
Penso che per dare l’idea di un clima culturale e civile – per ricordare cos’è stata l’Italia laica - possa bastare quello che ho letto, e ringrazio per l’attenzione. Ora, di fronte alla proposta del Sindaco, e poi oggi di questo Consiglio, di assegnare la cittadinanza onoraria di Piacenza a Mons. Luciano Monari, mi sono posto problemi di questo ordine: mi sono chiesto precisamente se sia corretto assegnare una carica, un riconoscimento tipicamente civile e istituzionale, a un’autorità religiosa, laddove si consideri che non è separabile, come è giusto che non sia, l’attività pastorale di evangelizzazione di Mons. Monari dalla sua attività di cittadinanza.
Credo di non dover insistere sul fatto che, pur non essendo io un praticante e forse neanche un credente, ho una certa attrazione e simpatia per Mons. Monari: la qual cosa, mi rendo conto, non ha nessuna importanza, ma la ricordo per sgombrare il campo da possibili equivoci. Credo, tuttavia, che sia un errore conferire la cittadinanza onoraria a un Vescovo, e per motivi di principio prima che di opportunità. Quelli di opportunità hanno pure un loro peso: come è stato ricordato da qualche consigliere che mi ha preceduto, ci sono stati Vescovi prima e altri ce ne saranno poi. Mons. Monari viene da Reggio Emilia, va a Brescia: sarà cittadino onorario di Brescia? Non lo è stato di Reggio Emilia? Sono interrogativi legittimi, che avrebbero consigliato ben altra prudenza.
Non sono d’accordo con il conferimento della cittadinanza onoraria a Mons. Monari per motivi di opportunità, ma soprattutto per una questione di principio. Io – vorrei che fosse chiaro – sono venuto qua oggi con una copia della Costituzione repubblicana, perché non mi interessa una piccola polemica col Sindaco Reggi o con la larga maggioranza favorevole che sta emergendo in questo Consiglio. Credo che il problema investa addirittura
Io cerco di pormi delle domande non riconducibili a un laicismo di bandiera: mi chiedo se l’Italia di cui parla Della Vida, l’Italia di prima del fascismo, sia stata anche dal punto di vista religioso un’Italia peggiore di quella di oggi. E la risposta che mi do è: “no”! Non credo che quell’Italia - tanto più povera e tanto più arretrata rispetto all’attuale – sia stata dal punto di vista cattolico peggiore di quella di oggi. Mi chiedo soprattutto se fosse peggiore da un punto di vista più largamente cristiano, semplicemente evangelico, dal punto di vista della pratica della solidarietà e dell’amor del prossimo, dal punto dii vista della carità: e ancora tenderei a rispondermi che no, che quell’Italia non era peggiore dell’attuale.

