"Bloggopolis"

La Piazza delle Idee nella Città del Dialogo

Le idee sono il motore di una realtà che vive e respira al di là della nostra sola mente. Ecco allora spuntare Bloggopolis, uno spazio contemporaneo per dar voce a una città saggia e antica che vuole parlare, dialogare e conversare del presente e del futuro. Una piazza in cui raccogliere, attraverso i vostri commenti, il 'sentiment' di una popolazione a volte silenziosa e timida, sicuramente generosa e propositiva. Una polis del nostro tempo, la cui piazza virtuale sia specchio di una città che ci sta a cuore. Piacenza ‘città comune’.


domenica 9 dicembre 2007

PRIMA ASSEMBLEA GENERALE DI “cittàcomune”

Piacenza, sabato 15 dicembre 2007, dalle ore15.00 alle 19.00
presso la sede dell’associazione in via borghetto 2/i II piano

L’assemblea è pubblica e aperta, oltre che ai soci, a tutti gli interessati

P r o g r a m m a

*15.00-15.30: insediamento presidenza e programmazione lavori

*15.30-17.00: relazione di bilancio economico-organizzativo (M. Gardani)
relazione sull’attività politico-culturale svolta (G. D’Amo)
presentazione della lista dei candidati per il Direttivo

*17.00-18.30: interventi degli ospiti e dibattito tra i soci

*18.30-19.00: approvazione bilancio e documenti politico-programmatici

Dalle ore 17.00 alle ore 18.30 si potrà votare per l’elezione del Direttivo
del Presidente, del Portavoce e del Tesoriere dell’associazione.

per informazioni e contatti:
0523.336984 cittacomune@gmail.com http://www.cittacomune.com/

venerdì 30 novembre 2007

MOSTRE, IL CORPO RACCONTA

libro del tempo
luogo del nostro abitare
crocevia di relazioni
testimone della nostra storia
epifania dell’anima
linguaggio preverbale
forma del desiderio

il corpo

Galleria "S. Ilario"
Vicolo S. Ilario (traversa di Via Garibaldi) - Piacenza
Roberto Tonelli
Il corpo racconta
Primo capitolo
acqueforti


dal 1 al 13 dicembre 2007
tutti i giorni dalle 16.30 alle 19.30
Quando l’Italia poteva ben dirsi un paese laico

Intervento di Gianni D’Amo in Consiglio comunale in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria di Piacenza a Mons. Luciano Monari (22 ottobre 2007)


Non è principalmente per venire incontro alla giusta esigenza non unanimistica appena esposta dal collega Vaciago, che non parteciperò alla votazione di oggi: è per motivi più di fondo, che è difficile argomentare qui, perché sembrano scomparsi dal dibattito politico-culturale del paese, dopo esserne stati una vena fondamentale.

Esiste in questo paese una lunga tradizione laica, che affonda le sue radici, dal punto di vista storico-politico, nel Risorgimento, e prima ancora nella cultura, almeno dall’Umanesimo e Rinascimento, passando per l’Illuminismo e giungendo fino a noi. Questa posizione laica può anche essere accusata di laicismo, e legittimamente secondo me: del resto essa si è espressa in certi periodi e momenti della storia in forme di acceso anticlericalismo (certamente sono esistite forti correnti anticlericali in tempi a noi vicini, nell’Italia novecentesca). Tuttavia, è esistita ed esiste anche una posizione semplicemente, sobriamente laica. Essa concepisce rapporti tra Stato e Chiesa improntati alla netta separazione, una separazione che secondo me oggi viene messa in discussione dalla decisione, che il Consiglio si appresta ad assumere, di conferire la cittadinanza onoraria, come è stato ricordato, a un’autorità religiosa.

Vorrei tralasciare la tradizionale letteratura laica (o laicista o anticlericale), che peraltro annovera nomi importanti della nostra storia patria, da Cavour a Salvemini, da Giovanni Amendola a Benedetto Croce. Sono abituato a cercare il nucleo di fondo di verità che esiste nella posizione che in un certo momento sento come altra rispetto alla mia: così ho cercato e trovato lumi in uno studioso di religioni, in un libro largamente sconosciuto, che improvvisamente mi è tornato in mente qualche tempo fa, mentre si discuteva in Conferenza dei capigruppo di questa faccenda.

Vorrei dunque leggere qualche passo di un eminente studioso che si chiama Giorgio Levi Della Vida, il cui nome rivela chiaramente le ascendenze ebraiche, peraltro non praticante, nato alla fine dell’800 e morto negli anni ’60 del 900. Questo signore, che non gode di alcuna notorietà - come a molti tra i migliori capita in questo paese, che non ha ben chiaro di cosa menare vanto e di cosa vergognarsi (e non mi riferisco al tema di oggi, parlo di ben altro) – è, credo, uno dei più importanti studiosi delle religioni moniste, cioè delle religioni del Mediterraneo, è il fondatore dell’islamistica italiana, è stato professore dell’Università di Napoli, di cui ha fondato il ramo degli studi orientali, di Torino, di Roma. Poi, siccome non ha giurato - è tra i dodici docenti universitari che non hanno giurato nel ’31 la fedeltà al regime fascista - a un certo punto nel 1938 (l’anno delle leggi razziali) se n’è andato negli Stati Uniti, a Princeton, per poi tornare a morire in Italia. Giorgio Levi Della Vida è stato il principale redattore delle voci religiose dell’enciclopedia Treccani, voluta e diretta da Giovanni Gentile, tranne ovviamente di quelle cattoliche, perché quelle furono riservate a stretti collaboratori del cardinal Gasparri.

Chiedo scusa per la lunga presentazione, ma devo ancora ricordare che le pagine sono tratte da un libro di memorie pubblicato negli anni ’60 (Fantasmi ritrovati, p.e. Neri Pozza 1966, riedito da Liguori nel 2004), e in particolare da un saggio, “Un ebreo tra i modernisti”, in cui Levi Della Vida ricorda la sua profonda amicizia con tre cattolici praticanti: padre Giovanni Semeria, padre Giuseppe Gabrieli ed Ernesto Bonaiuti, che non so se chiamare “padre”, poiché essendo stato l’esponente più importante di quella corrente del cattolicesimo che si è chiamata “modernismo”, fu scomunicato e solo successivamente riammesso nella Chiesa cattolico-romana.

Credo che sia mio dovere - e credo che l’intellettuale Luciano Monari, ma anche l’uomo Luciano Monari, lo comprenderà - portare testimonianza di qualcosa di cui si è perso la memoria pressochè totalmente, e secondo me ingiustificatamente.

Leggo dunque per pochissimi minuti qualche pagina di Della Vida.

«A chi è venuto al mondo…dopo il primo decennio del ‘900…riesce molto difficile rendersi conto che l’Italia di allora, l’Italia della mia adolescenza e della mia gioventù acerba, poteva ben dirsi un paese laico. Non già, beninteso, che la religione vi fosse perseguitata o negletta. (…)…la gente affollava le Chiese come oggi (più che oggi, dicono le statistiche…); a Natale e Pasqua San Pietro di Roma e la sua piazza rigurgitavano di fedeli e di curiosi, anche se il Papa non appariva, come ora, sulla loggia a impartire la benedizione urbi et orbi. Le famiglie “bene” di Roma – allora si diceva “come si deve” – facevano istruire ed educare la loro prole a Mondragone dei gesuiti, al Nazzareno degli scolopi, presso le suore francesi dell’Assomption, anche se talvolta i padri di famiglia (come si veniva poi a sapere quando morivano, dagli annunci funebri) avevano in massoneria il grado di Rosacroce o di Cavaliere Kadosc. Ma tutto questo non era né essenziale né centrale nella società di quel tempo; si svolgeva, starei per dire, in sordina, quasi in margine alla vita pubblica e culturale, senza proprio nascondersi, ma senza nemmeno esibirsi. Si andava sì a messa, ma la Santa Messa (colle due maiuscole) non era menzionata sui quotidiani a ogni piè sospinto, a ogni inaugurazione di un ponte, di una scuola o di un lavatoio pubblico. (…) Processioni solenni se ne facevano anche allora, ma nelle grandi città si evitava che intralciassero il traffico, e i prefetti e sindaci non avevano l’abitudine di figurarvi. Vi era, del resto, tra Stato e Chiesa una curiosa situazione, che non era né di separazione né di concordato, né di ostilità né di armonia, in conseguenza della quale i due poteri facevano di tutto per interferire il meno possibile nelle rispettive sfere di azione, quasi ignorandosi a vicenda. (…) Non tanto, peraltro, nel campo politico e sociale, quanto in quello della cultura si affermava il carattere laico dell’Italia. Anche qui, si badi, i cattolici non erano assenti come individui, erano assenti in quanto membri dichiarati di un organismo vivo e operante, che fosse partecipe con fisionomia propria delle attività culturali della nazione. Cattolici impegnati in questa sorta di attività ce n’erano senza dubbio, e non pochi, ma non si presentavano come tali: erano piuttosto intellettuali cattolici che cattolici intellettuali.»

Penso che per dare l’idea di un clima culturale e civile – per ricordare cos’è stata l’Italia laica - possa bastare quello che ho letto, e ringrazio per l’attenzione. Ora, di fronte alla proposta del Sindaco, e poi oggi di questo Consiglio, di assegnare la cittadinanza onoraria di Piacenza a Mons. Luciano Monari, mi sono posto problemi di questo ordine: mi sono chiesto precisamente se sia corretto assegnare una carica, un riconoscimento tipicamente civile e istituzionale, a un’autorità religiosa, laddove si consideri che non è separabile, come è giusto che non sia, l’attività pastorale di evangelizzazione di Mons. Monari dalla sua attività di cittadinanza.

Credo di non dover insistere sul fatto che, pur non essendo io un praticante e forse neanche un credente, ho una certa attrazione e simpatia per Mons. Monari: la qual cosa, mi rendo conto, non ha nessuna importanza, ma la ricordo per sgombrare il campo da possibili equivoci. Credo, tuttavia, che sia un errore conferire la cittadinanza onoraria a un Vescovo, e per motivi di principio prima che di opportunità. Quelli di opportunità hanno pure un loro peso: come è stato ricordato da qualche consigliere che mi ha preceduto, ci sono stati Vescovi prima e altri ce ne saranno poi. Mons. Monari viene da Reggio Emilia, va a Brescia: sarà cittadino onorario di Brescia? Non lo è stato di Reggio Emilia? Sono interrogativi legittimi, che avrebbero consigliato ben altra prudenza.

Non sono d’accordo con il conferimento della cittadinanza onoraria a Mons. Monari per motivi di opportunità, ma soprattutto per una questione di principio. Io – vorrei che fosse chiaro – sono venuto qua oggi con una copia della Costituzione repubblicana, perché non mi interessa una piccola polemica col Sindaco Reggi o con la larga maggioranza favorevole che sta emergendo in questo Consiglio. Credo che il problema investa addirittura la nostra Costituzione, la quale contiene delle contraddizioni, e credo che prima o poi sarà tempo di ragionarci su, pacatamente se sarà possibile. A me pare chiaro che non si può dire, come recita l’art. 3 della nostra Costituzione, che tutti gli uomini sono uguali, indipendentemente dal credo religioso, non si può recitare all’art. 8 che tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge, e mantenere in Costituzione un art. 7 - sottolineo in Costituzione, art. 7 della Costituzione italiana – a regolare non i rapporti tra lo Stato italiano e le religioni, ma tra lo Stato italiano e una sola religione, quella cattolica (che chiaramente è la religione maggioritaria, ma lo è anche in altri paesi, dove pure storicamente si è addivenuti a definire tra Stato e Chiese rapporti diversi).

Io cerco di pormi delle domande non riconducibili a un laicismo di bandiera: mi chiedo se l’Italia di cui parla Della Vida, l’Italia di prima del fascismo, sia stata anche dal punto di vista religioso un’Italia peggiore di quella di oggi. E la risposta che mi do è: “no”! Non credo che quell’Italia - tanto più povera e tanto più arretrata rispetto all’attuale – sia stata dal punto di vista cattolico peggiore di quella di oggi. Mi chiedo soprattutto se fosse peggiore da un punto di vista più largamente cristiano, semplicemente evangelico, dal punto di vista della pratica della solidarietà e dell’amor del prossimo, dal punto dii vista della carità: e ancora tenderei a rispondermi che no, che quell’Italia non era peggiore dell’attuale.

Devo proprio, in conclusione, citare Cavour. Il quale, poco prima di morire, a quasi un decennio dalle leggi “laiche” adottate nel Regno di Sardegna e poi estese al Regno d’Italia (“libera Chiesa in libero Stato”), osservava: «La vera religione ha molto più impero sugli animi dei cittadini che al tempo in cui il blandire una certa frazione del clero o l’ipocrito frequentare delle Chiese facevano salire agli impieghi e agli onori». Come Cavour, penso anch’io che, nella piena autonomia tra Stato e ogni Chiesa (anche quella cattolico-romana), la pratica e l’espressione delle religioni e della religiosità possano dispiegarsi nel modo più consono.

Non intendo tediare ulteriormente. Ribadisco il mio profondo apprezzamento di quanto Luciano Monari ha fatto a Piacenza, e non voglio negarmi il piacere di augurare a Mons. Monari di continuare a fare, come ha fatto, ciò in cui crede, e che ne abbiano a trarre giovamento le popolazioni bresciane. Tuttavia ritengo che l’aver perso completamente il filo conduttore di una tradizione che separava Stato e Chiesa non sia utile e ho ritenuto mio dovere ricordarlo. Per questo ordine di motivi, che, lo ribadisco, sono di principio e richiamano a un’epoca in cui Stato e Chiesa erano nettamente separati, che non hanno nulla a che vedere con l’operare e l’operato di Mons. Monari, ritengo di non partecipare al voto per il conferimento della cittadinanza onoraria a Mons. Monari medesimo. Grazie.

sabato 1 settembre 2007

QUANDO LA PARODIA E’ UNA COSA SERIA


C’è molto più da ridere su Eco che su Garibaldi

IN “FÌDEG” PAOLO COLAGRANDE, SCRITTORE REALISTA, FA METALETTERATURA E SI ARRENDE DOPO OGNI RIDICOLA VITTORIA

Sto leggendo il romanzo-opera prima “Fìdeg” di Paolo Colagrande (Alet, pp.205, euro 12). Ma ho detto avventatamente “romanzo”, perché appunto lo sto leggendo, sono solo a pagina 38 e che questo che leggo sia un romanzo è solo un’ipotesi da verificare o, come direbbe Karl Popper, da falsificare. Ma già ho capito, caro Colagrande che tu ce l’hai con Karl Popper, ragione per cui sono già certo che arriverò alla fine del libro e tu non mi avrai permesso né di verificare né di falsificare l’ipotesi che il tuo sia o non sia un romanzo. Non lo sai neppure tu. Pensi che sia un falso problema. E comunquesia, romanzo o non romanzo, il fatto è che io, da quando ho cominciato, ho continuato a leggere. Potrei smettere. Ma so che continuerò. Non riesco a immaginare come farò a recensirti, caro Colagrande. E allora la sola scappatoia è imparare da te, mettermi sulla tua strada, cantare in coro in due, anche se tu (te lo dico subito come giudizio, in veste di recensore) ho già capito che canti meglio di me. Sei più allenato e credi di più nel canto. O più precisamente, come dicono i recensori pignoli, non ci credi per niente, ma non ci credi con una tale convinzione, dovuta all’allenamento di non credere, che la tua è una vera fede nella non-fede. Io questa fede non ce l’ho, non l’ho ancora raggiunta. Distinguo ancora e credo, come un allocco, che si possa, in alternativa, credere o non credere, due cose diverse, diversamente ma anche similmente, sia comiche che, permettimi, un po’ tragiche. O meglio, tragiche lo sarebbero, se ci fosse un Dio letterario, a farci credere per certo nei generi letterari. Ma tu mi insegni che non c’è né Dio né ci sono i generi. Ecco, te lo dico subito, caro autore Paolo Colagrande, e tu, caro lettore già stufo di leggere la mia pseudo-recensione al suo libro, romanzo o non romanzo. Ecco il problema e nello stesso tempo la sua soluzione: il fatto è che senza una chiara ragione (e io professionalmente alla chiarezza ci tengo) sto continuando a leggere il libro e come recensore dovrò almeno cercare di capire e di spiegare perché, che cosa mi succede, come mai lo faccio. Fuori di parodia, come potrebbe anche dire il filosofo Giorgio Agamben, che sull’idea di parodia ha scritto un saggio abbastanza sibillino (perché per lui la parodia non è per niente quello che si intende per parodia, ma è la sola cosa seria che ci è dato di fare), fuori di parodia, dicevo, o sempre più addentro nella parodia, affermo con convinzione da prendere alla lettera che Paolo Colagrande ci sa proprio fare, nel suo genere, cioè nella negazione parodistica e ludica dei generi, nonché nella parodia della negazione, dato che la negazione per lui è evidente che ha fatto il suo tempo, come hanno fatto il loro tempo sia il maestro Borges che gli allievi Calvino e Eco, con la mania di citarli insieme in fila per dimostrare che la letteratura è una cosa e la realtà è un’altra, eccetera eccetera. Una scrittura che crea e distrugge se stessa. Il motore del libro (una sequela di piccole catastrofi personali, cioè importantissime per la persona) è la voce che Colagrande ha inventato e si è dato per tirare avanti. Con quella voce, che fa comunque ridere, può dire quello che vuole. Potrebbe fermarsi quando vuole, anche subito. E può anche non smettere più. Cosa che non ha fatto (è un tipo intelligente, ma fa finta di no) perché credo che si sia controllato parecchio, alla fine, anche se non sembra. Si è controllato o si è stufato e ha smesso a pagina 205, quando il suo primo libro, questo “Fìdeg” che cerco di recensire, si ferma. La cosa che fa capire Colagrande, anche ai più letterati fra i letterati, intendo a quelli che ci tengono molto ad avere “una precisa idea di letteratura” (troppo precisa) e sanno sempre che cosa distingue essenzialmente la letteratura da tutto il resto che si scrive, è che il problema non è l’idea di letteratura che si ha, ma come la si mette in pratica quando si scrive. Voglio dire che l’idea che hai può essere anche buona e bella, ma se quello che combini sulla pagina risulta insulso, pretenzioso e noioso, l’idea non vale, non ti salva, non è più né bella né buona. Credi nella realtà e credi che la letteratura dovrebbe parlarne? Non importa. Bisogna vedere se è reale quello che scrivi credendo di scrivere di cose reali, che succedono. Le cose reali possono anche succedere, ma se nelle tue pagine non succede niente di reale per chi legge, neppure una bugia o un delirio, non c’è realtà che ti salvi. Credi viceversa nella scrittura che è tutto, che produce se stessa e crea un mondo parallelo, autonomo e indipendente rispetto a quello presuntamene reale? Non importa nemmeno questo. Di libri che credono nella scrittura invece che nella realtà ne conosco e ne ho letti. Ma alcuni sono buoni, altri non valeva nemmeno la pena di scriverli e si capisce subito che l’autore si illude affidandosi a quella che crede una giusta e precisa idea di letteratura. Colagrande fa metaletteratura e fa letteratura realistica allo stesso tempo. La sua è una scrittura che crea e distrugge se stessa pagina dopo pagina, capoverso dopo capoverso. Non c’èniente che “consista” fuori di quello che sta scrivendo in quel momento colui che scrive. Solo che per scrivere Colagrande non può fare a meno di parlare delle cose vere che sa o immagina, più o meno di persona. E allora parla di tutto ciò che riesce ad acchiappare, a tirare dentro il libro e a immagazzinare (nel suo caso una serie di cupi, esilaranti fallimenti). Dice una cosa. Poi cambia e ne dice un’altra. Poi ci torna. Tutto è un po’ inventato, ma tutto è piuttosto vero. Quasi vero: come quando si dicono le cose vere trovandole o rendendole comiche. Colagrande racconta come sta cercando di scrivere un romanzo storico sugli eroi di guerra e di pace da Garibaldi a oggi: o meglio riscrivere, perché il manoscritto del suo primo e vero romanzo storico è andato perduto, è finito in una discarica, e lui ora deve ricordarselo, riassumerlo, sintetizzarlo. L’autore ha lottato e lotta con la vita. Ma il segno della sua vittoria è che si è arreso. Sa arrendersi in tempo ogni volta che trova ridicola e poco appetibile qualsiasi vittoria. Qualunque cosa succeda e comunque vada, lui, l’autore, il narratore, porta a casa il suo bottino di cose da dire, metà vere e metà che furono vere e adesso fanno ridere. Colagrande ci mostra che scrivere letteratura è un aldilà da quello che succede, ma solo dopo che è successo. Perché lo scrittore, uno scrittore come lui e come tanti altri suoi fratelli, è uno che in sostanza dice: io ci sono, a me è toccato tutto questo. Eppure io non c’entro. Con quello che mi è successo e può succedermi, io c’entro fino a un certo punto. Io c’entro poco. Non mi acchiappate più. Quella di Colagrande è letteratura realistica scritta per far scivolare la realtà, toglierle il contegno e farla diventare comica, patetica, ridicola, una realtà senza eroi, perché di qualunque eroe parli, a cominciare da se stesso, non si può che ridere. Senza disprezzo. Con affetto e pietà. Lo scrittore comico può sembrare cattivo. Ma è buono. E’ il più buono degli scrittori. Solo che la sua bontà è implacabile. Si finisce tutti a culo per terra, mentre lui ci fa ridere, ci commisera e ci vieta anche la fantasia di qualunque eroismo. Perché poi, come tutti sanno, i nostri tempi sono antieroici, specie in letteratura. Comunque, grazie, caro Colagrande, per averci fatto ridere dei nostri eroi da Garibaldi a Umberto Eco, dimostrando proprio bene che su Eco c’è molto più da ridere che su Garibaldi, seriamente parlando.

Alfonso Berardinelli

ALCUNE QUESTIONI IN MERITO AL GOVERNO DELLA CITTA’ DOPO LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE 2007


Dopo le elezioni amministrative del 2007 sono apparsi sulla stampa diversi interventi di componenti o sostenitori della coalizione vincitrice. Alcuni di questi interventi si sono caratterizzati per l’unire alla più che legittima soddisfazione ed esultanza per il risultato ottenuto una oggettivamente sgradevole derisione per i candidati e le coalizioni sconfitte. Posto che la derisione per chi ha perso è quantomeno inelegante in ogni caso, diventa però particolarmente sgradevole quando è rivolta nei confronti dei candidati cosiddetti minori, i quali da un lato potevano contare su mezzi molto inferiori e dall’altro avevano prospettive e obiettivi diversi dalle due coalizioni principali.

Si è inoltre lasciato intendere che l’esito delle elezioni abbia dimostrato la giustezza dell’operato e dei programmi di chi ha vinto rispetto alle ingenerose critiche provenienti anche da sinistra. Si deve dissentire con forza da questa impostazione: nella concezione democratica della politica non è vero che chi vince ha sempre ragione, chi vince ha il diritto-dovere di governare, preferibilmente rispettando i programmi con cui si è presentato. Si possono facilmente trovare casi nei quali si è appurato che chi aveva vinto le elezioni non aveva affatto ragione. Restando nell’ambito italiano e in quello amministrativo non credo che l’elettorato progressista ritenga che Lauro a Napoli, Lima o Ciancimino a Palermo, Cito a Taranto, Gentilini a Treviso, la Moratti a Milano (per citare i primi che vengono in mente) abbiano avuto o abbiano ragione solo perché hanno vinto le elezioni.

Mi interessa però fare un passo indietro e partire dallo scorso consiglio comunale, nell’ambito del quale si sono create delle divergenze all’interno della maggioranza di centrosinistra che aveva prevalso alle elezioni. Alcuni consiglieri non hanno condiviso una certa impostazione della Giunta e, pur votando lealmente centinaia di volte e risultando spesso decisivi, si sono distinti su alcuni specifici ed emblematici provvedimenti. Su questi distinguo si è aperto un confronto con cittadini, associazioni e forze politiche non rappresentate in consiglio.

Ma qual’era nel merito l’impostazione non condivisa? Come possono essere sintetizzate le differenze? Direi che per esemplificare possono essere ridotte a due:

1) scambio territorio-risorse. In sostanza significa che il comune consente l’edificazione o l’utilizzo commerciale in spazi in precedenza utilizzati ad altri scopi ed in cambio ricava risorse per eseguire opere di pubblica utilità. Questa operazione presenta vari aspetti delicati: lo spazio non è illimitato, una volta utilizzato a scopi civili, commerciali o industriali è molto difficile che ritorni disponibile; può avere ripercussioni sulle aree limitrofe (cosa ha implicato il sorgere del polo logistico per le frazioni vicine?); la continua nascita di centri commerciali ha conseguenze sulla viabilità e sul tessuto commerciale delle altre zone della città; lo stesso spostamento dei cittadini in nuovi quartieri periferici determina un accresciuto pendolarismo con i conseguenti problemi di traffico e inquinamento, senza tacere dei rischi di carattere speculativo conseguenti alla semplice constatazione che il valore economico di un terreno aumenta di dieci volte se passa da agricolo a edificabile.

Naturalmente questa impostazione non è stata inventata dalla giunta Reggi, vi era anche prima ed è diffusa anche in altre città (indifferentemente governate dal centro-sinistra o dal centro-destra), quello che è avvenuto è però una spregiudicata applicazione di questo principio, il polo logistico è raddoppiato, sorgono centri commerciali di dimensioni in precedenza mai viste a Piacenza (Ipercoop, Esselunga, Castorama), grandi aree in precedenza destinati ad altri scopi vengono edificate (ex fiera, ex Unicem, Corso Europa, San Lazzaro-Tangenziale). In cambio sono sorte decine di rotonde con annessi monumenti, sono state realizzate diverse piste ciclabili, chilometri di strade sono state riassaltati. Gli oneri di urbanizzazione che dovrebbero servire a compensare le spese che deve sostenere per servire le nuove aree costruite si sono trasformate per il comune nella principale fonte di finanziamento reale, nell’unico modo che ha il comune per reperire risorse da utilizzare per realizzare qualcosa di nuovo rispetto all’ordinaria amministrazione.

Sembra che non vi sia una fine a questa operazione, alcuni interventi sono stati bloccati nello scorso mandato dai consiglieri “dissidenti” quali la sciagurata delocalizzazione dell’ex Acna a Cà Ossi, che avrebbe creato una Besurica bis esterna alla tangenziale nell’unica zona rimasta verde alla periferia di Piacenza, la nascita di un ipermercato non alimentare di fronte all’Esselunga chiamato (o mascherato da) Palazzo Uffici; di altri, temo, si sentirà parlare nel prossimo futuro contando su una maggioranza più “ragionevole”. In particolare si porrà il nodo delle aree militari. Diversamente da quanto sostenuto da qualcuno non si è affatto parlato troppo e prematuramente di questo argomento. La questione delle aree militari è quella più importante per la città per i prossimi anni, le scelte che verranno compiute ne disegneranno il volto più di ogni altro intervento recente. Le ipotesi che timidamente (ma non troppo) iniziano a delinearsi sono molto preoccupanti, se davvero si pensa alla nascita di un grande stabilimento militare nell’area del polo logistico, trasferendovi le attività ancora in funzione, se questo dovrà essere finanziato con la cessione da parte dello Stato delle tante aree presenti in città (con un ricavo già quantificato in 250 milioni di euro), se qualcuno ipotizzasse che queste aree possono essere anche solo in parte utilizzate, non per una compensazione ambientale dovuta alla città dopo le tante recenti edificazioni, ma per recuperare tali risorse (leggi costruendovi sopra), allora ci troveremmo di fronte al rischio di una speculazione edilizia che non ha precedenti in questa città;

2) concezione della democrazia, rapporto giunta-consiglio comunale. L’amministrazione Reggi, peraltro in perfetta sintonia con quanto fatto da altre giunte in questo paese, anche in questo caso indistintamente di destra o di sinistra, ha agito in modo da ridurre il ruolo dei consiglieri di maggioranza a quello di votanti a favore dei provvedimenti proposti, senza concorrere alla loro elaborazione e speso senza neppure conoscerli prima. In questo modo tutti i poteri sono raggruppati nel sindaco e negli assessori che lui nomina (in gran parte al di fuori del consiglio comunale). Per rendere comprensibile i termini della questione, è una concezione del tutto analoga alla limitazione del potere legislativo a favore di quello esecutivo più volte propugnata a livello nazionale da Berlusconi.

Di fronte all’impossibilità di modificare questi orientamenti è sorta all’interno del centrosinistra una coalizione alternativa a quella ufficiale con candidato a sindaco Gianni D’Amo. Questa coalizione e questo candidato si sono battuti con grande energia e hanno cercato di sopperire con la forza delle idee all’enorme inferiorità di mezzi.

Il risultato elettorale è stato significativo, si è sfiorato il 3,50 % e si è ottenuto un consigliere comunale. Nelle ultime due elezioni nessuna candidatura alternativa alle due coalizioni, che con il loro finto bipolarismo dominano la politica italiana, ha neppure avvicinato tale risultato; nondimeno il risultato non è stato soddisfacente, non siamo riusciti a far comprendere a tutti i cittadini di Piacenza quanto fossero importanti le ragioni che sostenevamo, pertanto se nel centro storico (che abitualmente vota più a destra) abbiamo superato il 5%, nei quartieri periferici e nelle frazioni abbiamo conseguito minor successo.

In campagna elettorale né il sindaco Reggi né i partiti che lo sostenevano, intento il primo a costruirsi un’immagine moderna, positiva e friendly (in una parola arancione) e i secondi a non differenziarsi dalla sua immagine ritenuta (a ragione) vincente, hanno ritenuto di rispondere alle questioni che ponevamo. Dopo il primo turno Reggi ha deciso di non apparentarsi con noi (operazione che nel 2002 aveva compiuto con 3 liste, compresa quella anti parchimetri), scelta che avrebbe avuto un grande significato: il riconoscimento della fondatezza, almeno potenziale o parziale, delle questioni che ponevamo ma anche il superamento della distinzione creatasi nel centrosinistra.

Nel frattempo le elezioni sono alle spalle, il centrosinistra si è confermato, si è insediata una nuova giunta con le inevitabili felicità e delusioni (tra chi è rimasto fuori vi è che ha scoperto quanto possa essere brutta la politica, alcuni, da sempre fuori, lo sapevano già da tempo), non vi è più quindi il rischio di lavorare per il Re di Prussia e allora testardamente torno a chiedere: è vero che il modello Reggi si caratterizza in particolare per lo scambio territorio-risorse e per il rafforzamento dei poteri della giunta a scapito del consiglio comunale o abbiamo capito male noi? E in caso affermativo va bene così?.

In una fase politica caratterizzata dall’appassionante dibattito su quella pura operazione di immagine, del tutto privo di noiose opzioni programmatiche, che si avvia ad essere la nascita del Partito Democratico non so se vi sia alcuno interessato a rispondere; io continuo a pensare che queste questioni non possano essere ignorate o eluse da partiti, movimenti, associazioni, cittadini che si definiscono progressisti o che comunque sono interessati al futuro della città, ma tant’è. Finisco quindi citando, scherzosamente, il titolo di un famoso articolo di molti decenni fa: opinione pubblica progressista “se ci sei batti un colpo!”.

Mario Giacomazzi, già candidato per il consiglio comunale nella lista CittàComune

mercoledì 20 giugno 2007

Fìdeg...è in libreria

Proponiamo qui sotto alcune voci tratte dal Glossario del libro dello scrittore piacentino Paolo Colagrande*, che presto ci concederà un'intervista sulla sua ultima fatica letteraria. Fìdeg, appunto.

Fìdeg
Fegato, in dialetto nordemiliano, ma come esclamazione ha una portata evocativa più ampia; bisogna provare a esclamarlo mangiando un po’ la parola e allora si capisce. A Piacenza è usata molto per via di un fegato etrusco con iscrizioni di nomi di divinità ritrovato negli scavi archeologici e conservato nel museo civico.

Piacenza
Ubertoso borgo padano. Lo dice l’intellettuale Fofi nell’introduzione di un libro. In realtà il critico Fofi non dice che quel borgo ubertoso è Piacenza ma io lo so, me l’ha detto ancora una volta Nello Benazzi che col critico Fofi ha lavorato gomito a gomito e poi ci ha litigato. A Piacenza trovi tante cose soprattutto negozi di vestiti, di scarpe e concessionarie di fuoristrada e, dicono, la piacentinità; che però non so cosa sia. Pare che a Piacenza siano nate o cresciute o transitate molte persone leggendarie. Facciamo alcuni nomi: Cristoforo Colombo, Charles Dickens, Edgar Allan Poe, due generazioni della famiglia Bach che suonavano in San Savino e Santa Brigida, Giuseppe Verdi, che comprava le scarpe in via Calzolai, Franz Kafka, il Minotauro ritiratosi a fine carriera in esilio volontario da Crosso al quartiere popolaresco di Sant’Agnese, Teognide di Megera, William Shakespeare, Clodia in arte Lesbia morosa di Catullo. Poi Marina Fiordaliso, Barbara Chiappini e Giorgio Armani. Ci sono molti esperti araldici che di anno in anno scoprono che quasi tutti i personaggi della storia mondiale, a parte Hitler e Stalin, e della mitologia, a parte Sisifo e Tantalo, hanno radici piacentine. Gli stessi esperti stanno ora rivisitando la questione omerica e mi sa che presto ci saranno delle sorprese. Piacenza è la capitale culturale dei piacentini, e va orgogliosa di questo primato che le altre città, per becera invidia, non le riconoscono. Ed è anche il posto con il più alto tasso di piacentinità di tutto il mondo: un altro primato che, sempre per becera invidia, nessun forestiero ha il coraggio di ammettere. I piacentini sono dei discreti saltatori, in senso sessuale, ma lo fan di nascosto e poi si vanno a confessare: cosa abbastanza facile visto che a Piacenza c’è pieno di chiese. Anche di caserme e di cardinali. Per questo pochi hanno fatto il militare. Allo stadi di calcio Garilli il cittadino di Piacenza tiene per il Piacenza; se però comincia a perdere tifa per l’avversario, imitando l’accento della squadra ospite: per questo il dialetto piacentino è così ibrido. Il piacentino quando pensa è libero pensatore. Quando non pensa anche. Quando lavora è un gran lavoratore, quando non fa niente anche. Piacenza è piena di gran lavoratori e liberi pensatori.

Benazzi Nello
Personaggio chiave della contestazione giovanile, nominato 148 volte nel romanzo, senza contare il titoletto qui sopra che col titoletto fa 149. è a piede libero per miracolo o per puro caso e, comunque, per l’elevato tasso di errore giudiziario che rende l’Italia la pecora nera nel panorama della giustizia europea. Insegna filosofia al liceo, scrive sulle riviste di filosofia, ma la maggior parte delle riviste di filosofia lo fanno vomitare per non parlare delle riviste letterarie. Se decidete di fare una vacanza con lui evitate di andare all’estero perché alle frontiere, quando gli chiedono se ha qualcosa da dichiarare, per un irrefrenabile e mai sopito istinto rivoluzionario dice mi dichiaro prigioniero politico, con tante inutili complicazioni. Lo trovate di pomeriggio da Angelo, che è un bar che serve i caffè normali, i caffè macchiati e i marocchini che però Angelo chiama moretti per evitare della facile ironia visto che il posto è frequentato prevalentemente da marocchini, a parte Nello Benazzi, Piergiorgio, Aldo Salami, Rigo Ferri, Sandro Zani e me. Angelo serve anche dei bianchi a poco prezzo. Di sera, se non è a casa a corregger ei compiti e a dar via dei due che la matita presto trasforma in sei-sei e mezzo, è dal Gnasso, trattoria tipica vicina alle mura farnesiane, che fa la critica del presente.

Piollare

Anche impiollare. Mutuato dall’artigianato edile, il verbo piollare rientra in un modulo espressivo meccanicistico cartesiano: si coniuga di solito al presente, soffre il congiuntivo e il condizionale e in generale tutti i registri linguistici che tendono alla speculazione. Nella costruzione della frase vuole soggetto e oggetto determinati o determinabili, per spiegare in termini di evidenza chi è che se la piolla o se l’è piollata, muovendo dal dato fenomenico che piollarsela qualcuno se la piolla, ovvero se l’è piollata. Meglio fare un esempio. Lo zio di Zani, che ha settantasei anni con impulsi psicofisici nostalgici, incontra in via Cavour Zani Salami e Ferri, tutti e tre a parlare in modo inutilmente ruffiano e confidenziale con Lara, una ragazza mora alta abbronzata e vestita poco, come si usa d’estate. Approfittando della momentanea distrazione della ragazza, che si è messa a parlare al telefonino, lo zio di Zani chiede a Zani: e questa te la piolli te? Ma no, risponde Zani schermandosi; allora dice lo zio di Zani voltandosi fiducioso verso Salami, se la piolla Salami? Eh magari, dice Salami; te la piolli te? Chiede allora a Ferri. E Ferri non risponde, come dir di no, che Ferri si è appena sposato. Insomma, chiede apprensivamente lo zio di Zani, allora chi è che la piolla? Ci sarà ben qualcuno che la piolla, grama ragazza, dice lo zio di Zani. In effetti piollarla garantito qualcuno la piolla, la ragazza mora, ma non è nessuno dei tre, quattro con lo zio di Zani che comunque si era chiamato fuori fin da subito: la piolla un altro, magari quello che parla al telefonino, chissà. Cioè, non è in dubbio l’oggettività del piollare la ragazza mora, piuttosto l’identità soggettiva dell’agente piollante.
Alle volte con un esempio si avanza di dar tante spiegazioni.


*Paolo Colagrande, nato a Piacenza nel 1960, fa parte del gruppo degli scrittori emiliani. Autore di Non possiamo non dirci cani, racconto che apre il numero zero della rivista "L'accalappiacani", Colagrande ha collaborato a Panta Emilia fisica (Bompiani).

martedì 12 giugno 2007

LA COERENZA DIFFICILE

Quelle che non fanno storia

pagine della cospirazione antifascista a Piacenza

Paolo Belizzi […] nasce all’inizio del Novecento, penultimo dei sette figli di una famiglia contadina, in Comune di Podenzano. […] il suo apprendistato lavorativo umano politico-morale si concreta negli anni immediatamente successivi all’enorme e insensata tragedia della Grande guerra, tra biennio rosso e nascente fascismo. […] Scrive: «Nonostante la mia giovane età, cominciai ad odiare chi faceva il doppio gioco, anche se non ero in grado di valutare chi avesse torto. Capivo però che era una vigliaccheria tenere il piede in due scarpe. Per conto mio, date le condizioni della famiglia da cui provenivo, non potevo che stare dalla parte dei poveri e quindi a sinistra».

[…] Sin dall’inizio il suo antifascismo si nutre di severità morale, un tratto che caratterizzerà il Belizzi in maniera permanente. […] Belizzi scelse subito di essere “intero, non astuto” – integro, leale, non doppio – e dovette capire ben presto, credo, che la fedeltà alla propria parte non esclude, anzi implica, di essere critici e vigili sulle ragioni e i valori originari, che tali restano solo se continuamente riverificati (rigenerati) nelle circostanze della vita, personale e collettiva. Sempre ben alla larga da quel “gattopardismo”, a tal punto costitutivo di questo paese, da sopravvivere ai crolli dei Muri e alla globalizzazione.

[…] Belizzi scelse non solo la parte giusta, ma, aggiungerei, il modo giusto di starci: in prima fila di fronte alle responsabilità e agli oneri (l’attività cospirativa, il confino, l’isolamento, il carcere, i continui e tremendi rischi dell’organizzazione della Resistenza in città); lontano o allontanato, in disparte, ai margini, quando giunse il momento degli onori. Mettiamola così: non vi era portato.

[…] Ho conosciuto Paolo Belizzi nei primi anni Settanta e ci siamo assiduamente frequentati per poco più di un decennio. Per Paolo fu quello conclusivo di una vita lunga, intensa e operosa, che aveva attraversato tutto il secolo; io ero tra i venti e i trent’anni. Nel ’74, provenendo dalle esperienze del movimento studentesco e della sinistra extraparlamentare, demmo vita al Comitato anitifascista militante (Cam). […] Anche se ancora non lo sapevo, cercavamo una tradizione, senza la quale non si vive il presente. La trovammo nelle persone – almeno per quel che mi riguarda – prima che nei libri. Innanzitutto in Belizzi: in rivolta coi padri, ci soccorsero i “nonni”.

[…] Dal 1976 Paolo Belizzi fu presidente del Cam, eletto dall’assemblea degli iscritti , che nei secondi anni Settanta erano centinaia. La sua presenza fu fondamentale per aiutarci nel lavoro di conoscenza e valorizzazione del passato che avevamo intrapreso. Riscoprimmo luoghi e figure della Resistenza piacentina allora trascurati, se non dimenticati.

[…] Quando nell’ottobre 1986 Paolo morì, […] i famigliari desideravano che a ricordare la causa e l’impegno di Paolo fosse una persona, non una sigla. La scelta cadde quasi naturalmente su di me, un onore di cui vado fiero, la conferma di un’amicizia davvero profonda. Davanti a quella sua bara che veniva calata nella terra, ancora mi fu maestro Paolo: non dovevo far altro, pensai, che provare a rendergli l’estrema manifestazione di fratellanza, che da lui avevo sentito tributare a Carlin.

[…] privilegiare l’approfondimento della dottrina rivoluzionaria rispetto alle trasformazioni da essa prodotte negli uomini e nelle loro relazioni; non rendersi ben conto che è la voce di uomini diversi a dare forza all’appello a essere diversi ( cioè a cambiare il mondo), e il concreto operare di uomini trasformati da una fede, la più efficace testimonianza di quella fede…Per farla breve , “The singer, not the song”, come recita il titolo originale di un vecchio film : il cantante, prima e più della canzone. «Un uomo è sempre più importante della sua poesia», ha scritto una volta Bellocchio del poeta partigiano Vico Paveri. Io un pò lo sapevo, certamente più di altri della mia generazione, perché il problema l’avevo incontrato e riconosciuto: ne avevo la prova su e dentro di me. Ma non abbastanza per dirlo.

Paolo Belizzi ci consegna la sua testimonianza in questo libro umile e schivo, in cui riservatezza e pudore velano una pratica del bene ordinaria quotidiana normale, non perciò minore, anzi. Uomini semplici come lui e suo fratello Mario, Carlo Bernardelli, Guido Fava, Guglielmo Schiavi, Angelo Chiazza, Emilio Cammi ci insegnano che, quando è giusto, si può dire ‘no’ anche se tutti dicono ‘si’, che in ciò non soccorrono la nascita né la ricchezza o la cultura, e che ciò non accade invano. Nelle pagine di Belizzi e nella sua vita, le persone valgono più delle idee, le formano e danno loro fondamento. Un tale criterio di giudizio si deve applicare anche a lui: e Belizzi valeva molto di più delle sue parole.

“Dare il meglio per nulla”: mi pare questo l’ideale pratico di Belizzi, ciò di cui esplicitamente rende merito, in queste pagine senza pretese, alle donne senza pretese che lo hanno accompagnato nella vita e nella lotta: Marcilla, Luisa, Elda, Linda. E se m’interrogo oggi su cosa quest’uomo severo e mite, dotato di una naturale signorilità, abbia potuto trovare nella decennale frequentazione del nostro gruppo di giovani scapestrati, vorrei rispondere: quello che cercava. Qua e là, ogni tanto, a piccole dosi, almeno l’eco dell’antica generosità che dava senso alla sua vita.

Gianni D'Amo

giovedì 7 giugno 2007

La 'Chiusa'

All'insaputa dell'autore, pubblichiamo di seguito la lettera con la quale Gianni D'Amo precisa il suo rapporto con gli elettori soprattutto dopo gli ultimi articoli pubblicati sui quotidiani locali, ribadisce la realtà dei fatti all'indomani dei risultati elettorali, e chiude il suo ciclo di contributi con un invito alla riflessione per il futuro del centro-sinistra.

Caro direttore, mi rendo conto della difficoltà di sintetizzare situazioni e posizioni articolate, ancor più nei titoli. Non contesto il diritto giornalistico di condensare la nostra conferenza-stampa di domenica 3 maggio nel titolo interno a tutta pagina 8 (“Libertà” del 4): “D’Amo lascia liberi i suoi elettori”. Mi permetta però di dire che non mi ci riconosco e di spiegare subito il perché: non sono io a “lasciar liberi” gli elettori. Lo sono da sé, costitutivamente, in premessa. La prego di credermi: sono a chiederle spazio non per polemica col suo giornale, ma per un doveroso chiarimento di fronte agli elettori.
Come è constatabile dalla videoregistrazione del mio intervento, domenica 3 maggio ho detto che, come persona e come titolare di una responsabilità che mi sono assunto accettando di fare il candidato sindaco di uno schieramento, io ho tenuto sempre la barra, per provenienza e destinazione, sul centro sinistra, che non intendevo e non intendo muovere questa barra. Ho aggiunto che certamente le componenti maggioritarie del centro sinistra, dal momento che hanno rifiutato a priori ogni ipotesi di apparentamento, non mi aiutavano in quest’opera.
Noi siamo collocati nel centro sinistra – ho ribadito - e di fronte al ballottaggio ragioniamo a partire anche da questa collocazione, non solo da considerazioni programmatiche o dal rifiuto dell’apparentamento. Ho ancora ricordato la presenza nelle nostre liste di un ex assessore e di ben cinque consiglieri della passata maggioranza (sottolineando quella di Alfonso Cappelletti), nonché il voto sul bilancio di metà aprile scorso, con l’apporto decisivo di Sandro Miglioli e mio, senza il quale Roberto Reggi avrebbe iniziato la sua campagna elettorale nel peggiore dei modi: cadendo sul bilancio stesso.
Ho quindi aggiunto che categorie come “libertà di voto” o “voto di coscienza”, per una proposta e un elettorato come il nostro, fossero da considerare in premessa, esercitate innanzitutto il 27 e 28 maggio, sapendosi sottrarre alla fortissima polarizzazione e pressione nazionale. Chiedo scusa se mi cito: «È un elettorato responsabile, per bene, non è stato nella corrente, non ha votato qualcuno perché aveva qualcosa da ricavarne. Io penso che questo elettorato, in questa situazione difficile, si orienterà splendidamente da sè. Ho proposto a Reggi di condividere la responsabilità degli ultimi dieci giorni di campagna elettorale. Questa proposta non è stata accettata; i quasi duemila nostri elettori non troveranno domenica e lunedì sulla scheda i simboli di “cittàcomune” e “Alleanza per Piacenza”. Tocca a Reggi la responsabilità di conquistare quei voti, che valgono come numero esattamente come tutti gli altri, ma nei quali c’è passione, libertà, intelligenza, nessun calcolo».
Ancora una notazione, in vista di un doveroso e meritato silenzio.
Qualcuno, anche tra i miei sinceri amici ed estimatori, mi segnala come negli ultimi giorni io abbia dato l’impressione di elemosinare qualcosa, se non un posto, un riconoscimento. Preferisco quest’accusa (e chiunque mi conosca sa quanto mi ferisca) a quella di non aver fatto tutto ciò che era nelle mie possibilità per ricomporre compiutamente lo schieramento alternativo al centro-destra. Il riconoscimento l’ho già avuto, il 27 e 28 maggio, dagli elettori. Dal 29 ho cominciato a pormi un altro problema: quello dell’interesse complessivo del centro-sinistra. Cose d’altri tempi, da politico vecchio, in un certo senso.
Infine e per concludere, un modesto consiglio: un Gianni D’Amo calunniato, umiliato e lusingato insieme, non serve a convincere proprio nessuno.

Gianni D'Amo

domenica 3 giugno 2007

Fuori dal Coro

In questi giorni ho parlato un pò con tutti, con le persone che vedo tutti giorni, con i compagni di sempre. E il ritornello è sempre lo stesso: battiamo la destra.
Ok, mi sta bene, anch'io sono sempre stato di questa idea. E poi? E poi chi lo sa, intanto evitiamo che Squeri e la sua alleanza di neo e post fascisti salga al governo della città. Su quello che invece abbiamo fatto noi o che potremo fare noi... ci penseremo.
Evitare che Squeri vinca è una battaglia sacrosanta, ma utilizzare il nemico per giustificare le proprio politiche sbagliate è inaccettabile per una persona di sinistra. Lo abbiamo gia fatto e continuiamo farlo a livello nazionale. Votiamo Prodi per mandare a casa Berlusconi. Prodi vince, in un anno non fa una legge, non cancella le vergogne della destra, nemmeno quelle ad personam. Ma guai a criticare il Governo, siete pazzi, rivolete Berlusconi? Poi se la precarietà è sempre li, il falso in bilancio è sempre depenalizzato e siamo sempre in guerra, poco importa, l'importante è sapere che siamo noi al Governo.
E in città è la stessa cosa: un sindaco manager decisionista e arrogante, partecipazione azzerata, cementificazione, promesse non mantenute del precedente programma (tant'è che alcune si ripetono!) ma non c'è problema, un pò meglio di Squeri lo sarà, no?
La gente con cui ho parlato mi accusa di tradimento, conoscendo la mia intenzione di astenermi dal voto. Io non chiedo che la mia posizione sia condivisa, nonostante sia lucida e coerente dopo aver fatto opposizione da sinistra per 5 anni e aver scelto Città Comune, ma almeno rispettata. Votiamo in massa una sinistra deludente per evitare la destra? Non condivido ma rispetto. Però esigo che la mia posizione non venga strumentalizzata. Spesso e volentieri si può essere di sinistra, anche se non la si vota. E' una scelta, e se si perde, la colpa non è di chi si è astenuto, ma di chi ha Governato nei 5 anni precedenti.

Andrea Chiappini

(Foto di Sebastião Salgado)

Tribuna elettorale, Una sintesi per la sinistra

di STEFANO PARETI*


G. Paolo Parenti è stato per quasi l'intera sua vita politica un rispettato uomo di minoranza, nel suo partito (il Psi) e anche nelle Istituzioni locali. Forse non godeva delle simpatie di chi era in maggioranza, ma nessuno si sarebbe mai permesso di pretendere da lui delle scuse per i suoi comportamenti politici.
G. Paolo non dovrebbe allora meravigliarsi se nella sinistra piacentina impegnata nelle elezioni comunali esistono punti di vista diversi, sui programmi e sui metodi di governo della cosa pubblica. L'importante è trovare una sintesi unitaria che salvaguardi le ragioni della sinistra.
Gianni D'Amo e le due liste a lui collegate hanno reso lealmente pubblico un dissenso legittimo, che era diffuso, come s'è visto, tra molti elettori del centro-sinistra, i quali hanno espresso un loro apprezzamento con circa 2000 voti. L'obiettivo era quello, dunque, di offrire un'occasione alternativa di voto a sinistra, senza mai nascondere l'intendimento di ricomporre al ballottaggio l'unità della coalizione, per sconfiggere le destre.
In tal senso è stata formalmente e pubblicamente avanzata a Reggi una nostra disponibilità all'apparentamento. Adesso siamo al dunque, ma Reggi e i partiti che lo sostengono escludono ogni apparentamento, con noi e, pare, con chiunque, dichiarando intangibili il programma e la squadra, poiché sono stati premiati dagli elettori.
Di recente, G. Paolo Parenti ha scritto alcune parole importanti in un suo articolo a Libertà (25 maggio), che voglio riproporre:"Anche alle elezioni per il Comune di Piacenza la sinistra si presenta con due candidati. Per il primo turno non c'è più nulla da fare; ma guai a chi impedisse l'accordo al ballottaggio. Si macchierebbe di un autentico delitto politico."
Vorrei, concludendo, sdrammatizzare un po' la materia, ricorrendo ad una citazione da Adriano Celentano, che in una sua fortunata trasmissione televisiva, ha affermato :"L'arroganza è lenta, la timidezza è rock". Noi forse non saremo timidi, ma certamente non ci lasciamo guidare dall'arroganza.
*Capolista di Alleanza per Piacenza

Da Libertà del 02.06.2007

I requisiti del buon politico e il bene della città.

di GIORGIO MILANI

Leggo qualche volta le esternazioni di Brunello Cherchi su argomenti vari. Mercoledì 30 maggio è intervenuto in veste di politologo sulle recenti elezioni comunali. L'analisi mi è sembrata in equilibrio fra il confuso e il banale, sconcertante la conclusione.
Piergiorgio Bellocchio in un intervento su "Libertà" dell'8 maggio 2007 aveva spiegato il perché della candidatura di Gianni D'Amo elencando i requisiti che un buon politico deve avere e che lui evidentemente non aveva trovato nei nomi che andavano per la maggiore: intelligenza, competenza e onestà; realismo; disponibilità ad ascoltare e imparare dagli amici e anche dagli avversari, e soprattutto dai cittadini.
Io ho condiviso quelle considerazioni, duemila cittadini l'hanno ascoltato e la destra non ha vinto e D'Amo e le sue due liste hanno intercettato una manifestazione di insoddisfazione (di gente che forse non sarebbe andata a votare) che non sfocerà mai in un cambio di campo, ma che non può essere insultata dalle semplificazioni di comodo del giorno dopo.
Personalmente la sinistra che vorrei non deve necessariamente coincidere con quella che è al potere, con quella che decide per tutti, con quella che pensa di essere moralmente superiore a chi dissente, che è infastidita da chi non accoglie a braccia aperte le sue tesi, che considera la partecipazione una pretesa di consenso illimitato sempre e comunque.
Le liste di D'Amo e Pareti volevano richiamare l'attenzione su un problema di metodo oltre che su vari contenuti programmatici che non avevano avuto possibilità di ascolto in altre sedi; e che insomma qualche volta anche a Piacenza abbiamo un re nudo che qualcuno deve avvertire.
Dato che 2.000 elettori hanno condiviso questa analisi, Cherchi pretende un po' troppo chiedendo le dimissioni di D'Amo e Pareti perché non risolve il problema di chi li ha votati: devono dimettersi anche loro? E da che cosa? Da cittadini piacentini? Le opinioni di cortigiani interessati non sempre coincidono con quelle che fanno il bene della città.

da Libertà del 02.06.2007

sabato 2 giugno 2007

A sinistra, senza se e con qualche ma.

Il risultato elettorale della nostra lista, della nostra coalizione e del nostro candidato sindaco non ci ha soddisfatto, ma va considerato che per molti versi è stato un risultato straordinario. Un risultato che non è mai stato raccolto a Piacenza da un candidato alternativo a quelli più forti. Dico subito che capisco le reazioni di chi è spinto a non dare il proprio voto al ballottaggio, soprattutto dopo l’ennesima dimostrazione di arroganza, cioè quando si rifiuta il dialogo e di conseguenza un nostro eventuale apparentamento. Considero però quelle reazioni un errore per alcuni motivi che cercherò di spiegare.

Fermo restando che non dobbiamo accettare per il futuro quel ricatto morale, vizio di pigrizia intellettuale e paravento di ipocrisia che è il “voto utile”.

Fermo restando che il negare l’apparentamento è, secondo me, il disegno che potrebbe sancire definitivamente l’impossibilità futura di proporsi in alternativa alle scelte amministrative e politiche di chi ha la maggioranza e di chi tiene il timone di comando.

Fermo restando che siamo da sempre nella sinistra e intendiamo restarci.

Non dare l’appoggio, anche se a questo punto gratuito, a Reggi ci mette nelle condizioni di isolarci dal nostro popolo, forse di isolarci da quello che ci ha votato ma soprattutto e certamente da quello più numeroso che non ci ha votato e che dobbiamo raggiungere. Che non è stato finora raggiunto perché non ha colto il nostro messaggio, perché non ci ha capito, perché non glielo abbiamo saputo spiegare, perché ha avuto paura, perché non ha condiviso la “frattura”, perché…

Potremo perdere, ma mi piace ricordare la bella intervista che Gianni D’Amo ha rilasciato a “Libertà” il giorno dopo i risultati: “Dico che vince chi vince, non chi porta dei buoni argomenti. Machiavelli l’aveva già chiaro questo concetto centinaia di anni fa. Non è la politica che è “sporca”, è la società che non crede che esistano persone pulite, per cui quando si presenta uno che la dice com’è, diffida e pensa ci sia sotto qualcosa. Gli elettori diffidano di chi non corre per vincere. È il modello americano: chi vince ha ragione, chi perde ha sempre torto”.

Da qualche anno credo e spero di lottare per conquistare posizioni intelligenti di governo, (così come bisognerebbe tenere posizioni intelligenti quando si è all’opposizione), perché non sono per stare al governo a tutti i costi e perché credo e spero di avere abbandonato le vocazioni al minoritarismo e così le supponenze arroganti. Quelle supponenze lasciamole ad altri.

Non dobbiamo però dare nessuna possibilità a chi ci vorrebbe arroccati in uno splendido isolamento. Vocazione che da sempre esiste a sinistra, ma che non è mai stata premiata né da un seguito di massa né, tanto meno, da un seguito elettorale significativo.

In un discorso più generale, dobbiamo rimanere ancorati alla possibilità per ora teorica o utopica di ricreare in Italia, partendo anche dalla nostra realtà periferica, le basi e le condizioni per il ritorno di una forza che sia, e non solo che si dichiari, forza coerentemente di sinistra.

È un’impresa titanica ma tremendamente necessaria. E deve essere il nostro impegno.

Francesco Serio

giovedì 31 maggio 2007

Tigri vere, tigri di carta

“Come non c’è nessuna cosa al mondo che non abbia duplice natura (questa è la legge dell’unità degli opposti), così l’imperialismo e tutti i reazionari hanno anch’essi duplice natura: essi sono tigri vere e tigri di carta nello stesso tempo. Nel passato, le classi dei proprietari di schiavi, dei signori feudali e la borghesia, prima della loro conquista del potere e per qualche tempo dopo, erano vigorose, rivoluzionarie e progressiste; erano tigri vere. Ma col passare del tempo, dato che i loro antagonisti, la classe degli schiavi, la classe dei contadini e il proletariato, diventarono gradualmente più forti, lottarono contro di essi e diventarono sempre più formidabili, queste classi dominanti si trasformarono gradualmente nel loro opposto, diventarono reazionarie, diventarono arretrate, diventarono tigri di carta. Alla fine sono state o saranno rovesciate dal popolo. Le classi reazionarie, arretrate e decadenti, anche di fronte all’ultima lotta a oltranza con il popolo, conservano questa duplice natura. Da un lato, da vere tigri, divorano gli uomini, li divorano a milioni e a decine di milioni. La causa della lotta popolare attraversa un periodo di difficoltà e di sofferenze, le si presenta una strada piena di tortuosità. Il popolo cinese, nella lotta per eliminare in Cina il dominio dell’imperialismo, del feudalismo e del capitalismo burocratico, ha dovuto spendere più di cento anni e decine di milioni di vite, prima di arrivare alla vittoria del 1949. Guardate, queste non erano forse tigri vive, tigri di ferro, tigri vere? Ma alla fine esse sono diventate tigri di carta, tigri morte, tigri di soia quagliata. Questi sono fatti storici. C’è forse chi non li ha visti né li ha uditi? In verità, ce ne sono migliaia e decine di migliaia. Migliaia e decine di migliaia! Dunque, a esaminare l’imperialismo e tutti i reazionari nella loro sostanza, da un punto di vista a lunga scadenza e strategico, si deve considerarli per quello che sono in realtà: tigri di carta. Su questo, noi costruiamo il nostro pensiero strategico. D’altro canto, essi sono anche tigri vive, tigri di ferro, tigri vere e mangiano gli uomini. Su questo noi costruiamo il nostro pensiero tattico.”
Mao Tse-tung

martedì 29 maggio 2007

Invito

Cittadini, l'ora della riscossa è scoccata, la sinistra sta rinascendo, araba fenice, costruiremo una grande arca, e partiremo alla conquista di spazi verdi e di fiumi dai pesci volanti. Città racchiuse nei loro confini da solide mura profumate dal lavoro e dalle grida gioiose di bambini felici. Specchi a rubare luce ed energia dal sole, mulini con ampie pale rotanti al vento cordiale e generoso, su stabilimenti attivi, pieni di lavoratori ebbri di poesia e di speranza.Il futuro apparirà alle nostre spalle dolce e compiuto nell'ordine delle cose e dei fatti, e noi saremo là oltre il passato, oltre il futuro, nell'eterno.

Sconosciuto francese del 19 secolo, in ricordo dell'amico socialista

3,21% alle comunali, 100% tutti i giorni



Siamo così...grazie per averci appoggiato! Della nostra percentuale a queste elezioni e soprattutto dei 1920 elettori che hanno dato fiducia all'avventura targata Gianni D'Amo faremo TESORO.
(Foto di Sergio Ferri)

lunedì 28 maggio 2007

Conta che ti passa...

Siamo tornati ai piani alti, i telefoni trillano e le voci animano la nostra sede. I dati tardano ad arrivare, le proiezioni sono ancora in alto mare...le dichiarazioni si sprecano e i giornalisti sembrano schegge impazzite. Noi, quindi, abbiamo deciso di aprire una bottiglia di vino rosso, sprofondare nei dolcetti al cioccolato, rilassare gli animi, e soprattutto non abbandonarci al profluvio di parole, limitandoci, nelle nostre quattro mura, a recuperare i dati in tempo reale e verificarne la veridicità.
Noi restiamo qua...e il Damello vi saluta!


Per seguire lo scrutinio in tempo reale cliccate qui

sabato 26 maggio 2007

Il 27 e 28 maggio vota per una

CittàComune





Non sceglierci solo per le nostre parole, ma per la nostra storia.
Leggi i nostri profili e scopri il nostro entusiasmo
http://www.cittacomune.com/candidati.html

venerdì 25 maggio 2007

Perle in Tempi Bui

Un naufrago alla deriva su un relitto che si arrampica sulla cima dell’albero ormai fradicio.
Ma di lassù egli ha la possibilità di dare un segnale che lo può salvare.

Walter Benjamin a Gerhard Scholem, 17 aprile 1931

Benjamin scoprì sin dal 1913 che i boulevard [di Parigi] sono costituiti da case che “non sembrano fatte per abitare ma paiono quinte di pietra, attraverso cui si cammina” (Lettere, 3). La città, nella quale è ancora possibile viaggiare circolarmente superando antiche porte, è rimasta in tutto e per tutto una città medievale, rigidamente chiusa nelle sue mura e protetta da incursioni esterne: una zona interna, ma senza le strette strade medievali, un intérieur all’aria aperta costruito e progettato in modo generoso, in cui il firmamento funge da maestoso soffitto. “Qui la cosa più sorprendente di ogni arte e di ogni attività è che esse conservano nel loro splendore le poche vestigia di originale e di naturale” (Briefe I, 421). Certo, esse vi infondono un nuovo lustro. Sono le facciate uniformi, che costeggiano le strade come antiche mura, a dare un senso fisico di riparo maggiore rispetto a qualsiasi altra città. Le arcades che collegano i grandi boulevard offrendo protezione contro il tempo inclemente esercitarono un tale fascino su Benjamin che finì per denominare la grande opera che progettava sul diciannovesimo secolo e la sua capitale con il semplice titolo Passagenarbeit (Le arcades); e tali passaggi coperti sono certamente i simboli di Parigi, perché chiaramente sono allo stesso tempo dentro e fuori, rappresentazione quintessenziale della forma di questa città. A Parigi un forestiero si sente a casa propria perché può abitare quella città allo stesso modo in cui vive dentro le sue quattro mura. E proprio come si abita un appartamento e lo si rende confortevole vivendoci invece che usandolo semplicemente per dormire, mangiare e lavorare, così un individuo abita una città passeggiandovi senza meta e senza scopo, sentendosi sempre protetto grazie agli innumerevoli cafés che si affacciano sulle strade e lungo i quali si articola la vita cittadina, costruita dal flusso dei pedoni. Ancora oggi Parigi è l’unica delle grandi città che può ancora venir comodamente attraversata a piedi e, più che altrove, la vitalità è data dalle persone che transitano lungo le strade, al punto che il traffico automobilistico odierno ne mette in pericolo l’esistenza non soltanto per ragioni tecniche. La desolazione di una periferia americana, o i distretti residenziali di molte città, dove tutta la vita in strada avviene sulle carreggiate automobilistiche e dove è possibile camminare sui marciapiedi, talora ridotti a semplici servitù di passaggio, per miglia e miglia senza mai incontrare un’altra persona, sono l’esatto opposto di Parigi. Ciò che tutte le altre città sembrano consentire, solo loro malgrado, alla feccia della società – il passeggio, l’ozio, la flânerie -, le strade di Parigi invitano a fare apertamente.

(Tratto da Hannah ARENDT, “Il Pescatore di Perle, Walter Benjamin 1892-1940”)

Piazza Duomo, Chiusura Campagna Elettorale

giovedì 24 maggio 2007

Show must go on….ma a che prezzo?

Benché siano passati solo cinque anni, non ricordo esattamente le dinamiche degli eventi organizzati in occasione delle ultime elezioni amministrative…forse perché tendo a dimenticare certe brutture. Sicuramente qualche invitato importante, discorsi in piazza, iniziative, ma in sostanza nulla di eclatante rispetto a quanto abbiamo assistito in queste ultime tre settimane noi, cittadini di una sonnacchiosa e provinciale provincia (e in questo caso ci tengo ad utilizzare questa ridondante figura retorica): lo show business selvaggio.
L'impazzare di politici da palcoscenico, giochi pirotecnici, musica e le kermesse indiavolate dei LaRussaFiniSgarbi e di chi ancora deve arrivare - non da ultimi (mancavano solo loro!) anche i ragazzi di Amici -, ha toccato il suo apice nell’esibizione reboante dell’ex-premier, la vera ed unica rockstar del momento. Questa politica-intrattenimento ha monopolizzato i nostri piccoli giornali, la nostra piccola rete televisiva, ha insomma invaso il piccolo mondo antico della nostra città per portare sostegno, appoggio e fare pubblicità ai candidati sindaci considerati più eminenti. E tutto questo per chi? Per cosa? Per la gente, forse, impegnata a barcamenarsi tra i prezzi cresciuti, i problemi ambientali, i disservizi sociali? Non credo proprio, altrimenti si sarebbe pensato forse di più a quanto tutto ciò è costato, in organizzazione, cene, pranzi, ricchi premi e cotillons…e probabilmente è costato tanto. Ma questo è accettabile? Sicuramente sarà necessario da un punto di vista mediatico, ma il principio mi atterrisce. Una piccola città, lo ripeto, normalmente poco considerata a livello italiano, di cui alcuni non sanno nemmeno bene l’esatta collocazione geografica (“Ma sarà in Emilia o in Lombardia?”), è diventata improvvisamente grande come un palcoscenico, per incarnare, secondo le logiche attuali, il principio dominante che sei ciò che appari, che puoi credere solo a ciò che vedi, ma non direttamente attraverso i tuoi occhi, comandati dal cervello, piuttosto attraverso la patina di uno schermo, sempre presente anche quando non si vede, e di cui si ha bisogno perché non si sa o non si vuole più sapere la differenza tra fiction e realtà. E la politica a cui abbiamo assistito ultimamente, e non solo a livello locale, è la concreta testimonianza di come essa si sia trasformata, diventando un’esibizione, uno show, una televendita, alla stregua, anche se in modo diverso o peggiore, dei noti circenses organizzati nell’antica Roma, sicuramente più copiosi del panem che si distribuiva o di cui avevano bisogno i cittadini, ma in grado di fare dimenticare, almeno per alcune ore, le concrete esigenze del momento.

Ormai, da lungo tempo, la cosiddetta “religione oppio dei popoli” è stata soppiantata dalla droga pesante dello spettacolo che, nel suo insieme di parole, luci, colori e suoni ha arricchito chi ne muove i fili, ma intorpidito le menti degli spettatori. E la politica, ne abbiamo avuto tanti esempi in questi giorni, ha consensualmente sposato questa logica, raccogliendo, a quanto pare, larghi consensi. Ma a che prezzo per i cittadini? A mio avviso un prezzo troppo alto: la perdita del senso critico della realtà.

Francesca Pisani